Cos’è più folle, il tentativo di uno scienziato più o meno pazzo di rianimare – o meglio, rinvigorire – un cadavere composto da decine di pezzi di corpi differenti, oppure il tentativo di una regista alla seconda regia (e per di più recante le stimmate dell’attrice), di riproporre per l’ennesima volta la storia della creatura di Frankenstein, prendendo come ispirazione diretta decine di film simili?
È la domanda che ci si pone affrontando la visione de La sposa!, per l’appunto la seconda opera di Maggie Gyllenhaal, interprete magari non di primissima fascia ma dalla solida carriera, che da qualche anno a questa parte ha intrapreso il cammino della cineasta, con quel La figlia oscura tratto da Elena Ferrante, che aveva fatto inarcare più di un sopracciglio.
Sorella del più famoso Jake, che citiamo solo perché nel film gli viene offerta la generosa e gustosa parte di un divo hollywoodiano idolatrato dalla Creatura, a Gyllenhaal non difetta per nulla l’ambizione, a partire dal desiderio di ridare dignità artistica a un personaggio come quello della Sposa del mostro di Frankenstein tra i più affascinanti e iconici, ma bistrattati, della storia del cinema.
Il risultato è un pastiche post-moderno, nel senso letterario del termine di riutilizzo e ri-contestualizzazione ironica di un numero impressionanti di fonti, a partire da quella Mary Shelley nata Wollstonecraft, la cui figura fa da cornice nobile di una vicenda che issa il vessillo del femminismo prendendo come nume tutelare una scrittrice messa in ombra dalla propria opera.
È dunque Mary, che ritroviamo negli anni ’30 del Novecento statunitense, a dare il via alle danze, prendendo possesso del corpo di una donna che da lì a poco finirà silenziata, quindi uccisa e poi rianimata da una scienziata pazza (una divertita Annette Bening) su richiesta di Frank, un Frankenstein quasi completamente annientato dalla solitudine e che, ancora una volta, reclama una compagna.
Ma, e questo è il punto di Gyllenhaal, ora Ida/Ginger/Penelope/La Sposa non è più muta ma anzi non ha paura di usare la propria voce, reclamare la propria individualità, correre, danzare, sparare, lottare, fare all’amore, ribellarsi, ispirare una generazione, il tutto alla ricerca della propria vita precedente, che non ricorda più… come dite, vi sovviene Povere creature!? Tranquilli e tranquille, non sarà l’unica reminiscenza di questo scritto.
Frank e la sua Penelope, in quanto mostri, ma anche outsider, ma anche punk ante-litteram, finiranno per mettersi nei guai, compiendo qualche omicidio di troppo, mettendosi alle calcagna non solo la polizia ma anche la mafia, innescando una fuga d’amore punteggiata da balletti, coreografie, lampi sensuali, confessioni e anarchia. Un po’ Joker – il primo e Folie à deux, ma qui è lei a portare avanti un discorso politico di rivolta sociale – ma anche un po’ Bonnie e Clyde, nonché un pizzico di Assassini nati, con una spruzzata del Tim Burton degli anni d’oro (e perché no, buttiamo in mezzo Del Toro).
Il fascino di questo film, imperfetto fino al midollo, slabbrato, pretenzioso, confuso nella sua posizione politica, gravato da due linee narrative superflue (la cornice in bianco e nero e tutta la parte noir, didascalicamente femminista, con protagonisti il marito di Gyllenhaal e una Penelope Cruz del tutto fuori luogo) sta nel suo spirito anarchico e nel rigetto di ogni struttura un minimo sensata che lo informa. Tanto per fare un esempio, i due ottimi interpreti protagonisti Christian Bale e Jessie Buckley (senza la cui dedizione il castello di carte crollerebbe subito) si ritrovano in una sequenza uscita da un film di Fassbinder inframmezzata da una sequenza discotecara.
Alla pellicola non mancano dunque le intuizioni visive, come l’audacia di filmare in IMAX le parti più emotive e non le più spettacolari, non difetta una buona vena melodrammatica purtroppo non sfruttata a dovere, né una colonna sonora che quando si fa rabbiosa è entusiasmante (sia direttore della fotografia che compositrice, vengono non a caso proprio da Joker), inanella più di una sequenza dal forte potenziale iconico. E il personaggio di Buckley è vivido, palpitante, sicuramente quello scritto meglio dalla regista, che però non riesce a rinunciare a un vezzo come la Tourette letteraria che la coglie e che è causata dalla “possessione” fantasmatica che dà il via alla storia.
La Sposa avrebbe tutte le carte in regola per rimanere nella memoria collettiva, se non si limitasse a incarnare, purtroppo peggio e in modo molto simile, valori, idee e ideologie già portate in scena di recente da figure più forti. Basterebbe citare una sequenza in cui la nostra urla disperata “Me too”, elencando una serie di soprusi e violenze subite dalle donne di mafiosi e potenti per far capire quanto il film possa prendere impunemente la strada della didascalia.
Quindi La sposa! è da considerarsi bocciato e la pietra tombale della carriera di un’autrice? A parere di chi scrive no, anzi è il segnale di un talento che ha ancora bisogno di essere raffinato e limato e che magari deve solo trovare il materiale giusto per poter esprimere appieno il proprio potenziale.







