Frankenstein di Guillermo del Toro a Venezia 82: il mostro siamo noi
C’è un filo rosso che attraversa tutta la filmografia di Guillermo del Toro: la convinzione che i veri mostri non siano le creature deformi, ma gli esseri umani che le osservano. Con Frankenstein, presentato in concorso a Venezia 82, il regista messicano firma l’opera che più di ogni altra incarna questa idea, trasformando il mito di Mary Shelley in un’ossessione personale e in un racconto profondamente intimo.
Il mito e l’autobiografia
Del Toro insegue Frankenstein da oltre 25 anni. È un progetto nato da un’urgenza privata: il regista ha dichiarato di aver trovato il coraggio di affrontarlo solo dopo essersi riconciliato con suo padre. Questo evento personale si riflette nel cuore tematico del film: il rapporto tra creatore e creatura, ma anche tra Victor e suo padre, Henrich Harlander (Christoph Waltz), due legami speculari in cui la sete di riconoscimento si intreccia con la violenza e la dipendenza affettiva. Un doppio vincolo che mostra come ogni atto di creazione nasca, in fondo, da una ferita originaria.
Victor, interpretato da Oscar Isaac, è un uomo divorato dall’ambizione di vincere la morte, ma soprattutto dal bisogno di affermarsi contro la figura paterna. La Creatura di Jacob Elordi, invece, è fragile, poetica, quasi infantile: un corpo costruito, ricucito, ma capace di apprendere, amare e rigenerarsi. È in questo scarto che si annida la tragedia: la Creatura è più umana del suo stesso creatore, e proprio per questo destinata a essere rifiutata.
L’occhio di Del Toro: potenza visiva e limiti narrativi
Il film è costruito in capitoli che accompagnano la trasformazione di Victor e l’emergere della sua creatura. Le scenografie gotiche, le atmosfere cupe e i dettagli prostetici confermano la mano di Del Toro, capace di dare corpo a un immaginario tetro e visionario. Ogni inquadratura sembra scolpita nella materia, dalle cattedrali industriali al ghiaccio artico: un mondo in rovina che pulsa come organismo vivente.
La pellicola si distingue per l’estetica sontuosa e la profondità emotiva, ma non è priva di criticità. Con i suoi 149 minuti, Frankenstein è un’epopea gotica che, se da un lato affascina per la bellezza visiva, dall’altro rischia di appesantire la narrazione. La fedeltà al romanzo di Shelley si traduce in un inizio lento e ponderato, dedicato alla vita familiare di Victor e alle dinamiche con suo padre, prima che la Creatura prenda vita, dilatando la narrazione e accentuando la sensazione di lentezza.
Del Toro infatti insiste nel ribadire i concetti chiave – la solitudine, la sete di riconoscimento, l’alterità rifiutata – moltiplicando le scene fino a smorzarne l’impatto emotivo. In alcuni momenti il film sembra voler “dimostrare” più che “mostrare”, e questa reiterazione dei temi principali ne riduce il ritmo e la capacità di colpire profondamente lo spettatore. Il confronto con The Shape of Water è illuminante: lì, la poetica della suggestione nasceva dalla sintesi e dal mistero, mentre in Frankenstein la volontà di chiarire e guidare lo spettatore attenua, a tratti, la potenza emotiva della storia.
Un esempio concreto di questa reiterazione narrativa è l’incontro tra la Creatura e l’uomo cieco, il suo primo amico e quasi padre adottivo. Pur essendo un momento toccante, la scena si prolunga oltre il necessario, diluendo l’impatto emotivo. La scelta di soffermarsi su questa relazione enfatizza la solitudine e la ricerca di umanità della Creatura, ma finisce per appesantire il ritmo complessivo del film.
Anche il rapporto tra Victor e suo padre, Henrich Harlander, gioca un ruolo cruciale. Harlander è una figura autoritaria e violenta, da cui Victor cerca di emanciparsi, ma che continua a influenzare le sue scelte. Questa dinamica padre-figlio aggiunge un ulteriore strato di complessità alla trama, ma anche in questo caso, la narrazione a tratti ridondante rischia di indebolire l’efficacia del messaggio.
Luci secondarie: amore e compassione
La sottotrama amorosa con Mia Goth nel ruolo di Elizabeth offre i momenti più delicati del film. Il loro incontro non è drammatico, ma intimamente poetico: Elizabeth sa guardare oltre la mostruosità della Creatura e, mentre cerca in lei l’oscuro e il fascino per il macabro, illumina di contrappasso la sua umanità nascosta. Questo mi ha fatto pensare al Nosferatu di Robert Eggers, dove la brutalità e l’oscurità prevalevano e il contatto tra i personaggi rimaneva più drammatico che emotivo, rendendo meno comprensibile la fascinazione della donna per la creatura. Qui tutto è palpabile e la luce che attraversa le scene d’amore non solo evidenzia la bontà dei personaggi, ma funge anche da “occhio dello spettatore”: una guida sensibile che invita a sentire, più che a interpretare.
Tra arte e piattaforma
La strategia distributiva – un passaggio limitato in sala e la successiva uscita su Netflix (dal 9 novembre) segna l’anima bifronte del film: da un lato il progetto personale di un autore, dall’altro un racconto calibrato per un pubblico più ampio e uno spettatore più distratto, che forse non conosce Shelley e ha bisogno che tutto venga spiegato. Questa esigenza di chiarezza e completezza narrativa accentua la tendenza al didascalismo e alla reiterazione dei temi principali.
Conclusione
Frankenstein è un film ricco, potente e spesso commovente, capace di restituire la Creatura come metafora della nostra umanità ferita. Al tempo stesso, la necessità di spiegare, ripetere e guidare lo spettatore, insieme alla lunghezza e alle scene dilatate come quella con il vecchio cieco, frena la leggerezza poetica che avrebbe potuto elevare il film a un capolavoro iconico. Resta comunque un’opera di grande valore: un Del Toro che esplora la mostruosità, la luce e le ferite dell’animo umano, confermando la sua capacità unica di trasformare il mito in introspezione profonda.







