Raphael Bob-Waksberg torna su Netflix con Long Story Short, una serie animata dramedy che segue le disavventure di una famiglia di ebrei americani, gli Schwooper. Il paragone con la serie sull’uomo-cavallo più amato e odiato di Hollywood, BoJack Horseman, è immediato; Long Story Short sembra volerne essere un erede spirituale.
Lo stile peculiare di Waksberg è riconoscibile in tutta la serie. Le gag e i recurring jokes fanno da padrone e non manca il ritmo frenetico dei dialoghi corali in cui i personaggi parlano contemporaneamente di diversi argomenti. Tutto è tragicomico, assurdo, ma allo stesso tempo così cinicamente reale, facendo prevalere un sentimento generale di dolcemalinconia.
Allo stesso tempo, l’impianto narrativo prende moltissimo da uno dei family drama più di successo degli ultimi anni, This is us. La serie si giostra infatti sulla vita dei membri della famiglia, in particolare dei tre figli, Avi, Shira e Yoshi, saltando da una linea temporale all’altra. Quello che succede nel passato torna nel presente, costruendo episodi in cui tutto si ricollega, dove le vicende traumatiche spiegano i comportamenti disfunzionali dei protagonisti da adulti. Nonostante le assurdità della serie, tutti i personaggi sono super realistici, tridimensionali, pieni di difetti e ferite, rendendo impossibile non empatizzare con loro.
L’enorme vastità dell’arco temporale mostrato nella serie (1959-2022), unita alla mancanza di una vera linea orizzontale che accompagna gli episodi, è un’arma a doppio taglio. Se da una parte dona a Long Story Short una longevità pressoché infinita, dall’altra rischia di rendere difficile allo spettatore ricordarsi l’ordine temporale degli avvenimenti. Certo, questo non risulta un problema in una prima stagione da 10 episodi, ma più si va avanti più si sente la necessità di un aiuto per tenere traccia di tutto.
La serie tratta di molti temi, ma quello ricorrente è il trauma religioso, illustrando il rapporto dei vari membri della famiglia con l’ebraismo. Questo è forse l’aspetto più autobiografico dell’autore, che assieme al personaggio della madre fortemente ispirata alla sua, costituisce una dimensione intima ancora più importante rispetto a Bojack. Proprio per questo, però, se non si conoscono termini e concetti della religione ebraica, a volte può risultare faticoso capire alcune battute o seguire alla perfezione dei passaggi della serie.
Dulcis in fundo, lo stile estetico, supervisionata ancora una volta dell’illustratrice Lisa Hanawalt, è semplice ma efficace. Nei background e nei character design c’è una particolare cura per tenere traccia di quale momento della linea temporale ci si trova, aggiungendo o togliendo dettagli anche quando passando pochi anni.
Considerando che la serie è già stata rinnovata per una seconda stagione, credo che sentiremo parlare degli Schwooper ancora a lungo.







