Un horror italiano… miraggio?
“Ci siamo quasi… no, non è vero. Attendiamo ancora un po’, forse il prossimo è quello giusto. Ma ci siamo, davvero, ci siamo quasi, sta arrivando! Eccolo, eccolo!”
Da quanto tempo stiamo aspettando un film horror pienamente italiano da poter considerare compiuto al 100%? Un horror da apprezzare senza distinguo, senza eccezioni, senza operazioni di setaccio della farina. E nella fattispecie un horror mainstream, popolare, prodotto con un congruo budget. Perché, vale la pena ricordarlo, nel sottobosco underground dei film che vanno dal quasi nullo al low budget di operazioni interessanti da esaltare ce ne sarebbero a sufficienza (basterebbe citare il purtroppo misconosciuto Lorenzo Bianchini).
È da tempo che Paolo Strippoli insegue questo sogno – A Classic Horror Story, Piove – e l’atteso La valle dei sorrisi parrebbe essere il tentativo più riuscito, almeno fino a oggi. “Tentativo”: spiace utilizzare questo termine ma l’onestà intellettuale ci impone di non accontentarci, sia come spettatori che come critici (e compiangiamo chi ha fatto dell’accontentarsi di un paio di schizzi di sangue la propria linea editoriale).
C’erano tutti i presupposti: un folk horror che strizza l’occhio al genere-etichetta dell’elevated horror, premesse non troppo originali ma mai sfruttate appieno dalle nostre produzioni (ambientazione montana, una figura messianica in grado di offrire sollievo a chi soffre, con ovvie conseguenze disastrose), un cast di tutto rispetto in cui spiccano Michele Riondino, Romana Maggiora Vergano, Roberto Citran, Paolo Pierobon. Eppure siamo ancora qui, con i “se” e i “ma” dell’eterno scontento.
La valle dei sorrisi: trama e analisi
Il professore di educazione fisica, nonché atleta di gran fama, Sergio, segnato da un lutto importante, giunge in un piccolo paesino alpino. Qui fa fatica ad ambientarsi, non solo per il proprio carattere riottoso e scontroso, ma anche per la surreale atmosfera di grande pacificazione che vi regna. Nessuno degli abitanti sembra infatti essere segnato dal dolore e il merito parrebbe essere di Matteo, un ragazzo dai sorprendenti poteri attorno al quale è sorto un culto singolare, celebrato persino da un prete (in fragrante odore di blasfemia). Ma, come confermerà anche il più scarso degli psicologi, non basta seppellire il dolore per eliminarlo. E soprattutto: cosa provoca questo dolore a chi se ne fa carico?
È singolare sentenziare in questo modo, ma con ogni probabilità se La valle dei sorrisi fallisce nel suo intento – inquietare, più che spaventare, commuovere e far riflettere – è proprio perché non crede abbastanza nella storia che racconta: non crede nel dolore dei protagonisti (ahinoi, Riondino e Vergano ci paiono fuori parte, e purtroppo i più giovani non risplendono), non crede nei suoi colpi di scena (quando non telefonati, mai davvero sorprendenti), non crede nella sua conclusione (troppi i finali, e gravati da una confusione che si vuole mimetizzare da ambiguità), ma soprattutto non crede fino in fondo alla sua natura di horror.
E dire che di centri presi ce ne sarebbero tanti, a partire da tutte le facce di contorno, passando per delle belle e inquietanti coreografie di massa (finalmente!), per qualche intuizione di scenografia – in special modo la chiesa, per la cattiveria e la perfidia di alcune scene e i buoni effetti speciali – per una volta non fini a se stessi, come nel 90% dei prodotti simili, ma realmente espressivi.
La valle dei sorrisi: occasione mancata per Strippoli?
Tuttavia – eccoci con le congiunzioni avversative! – si fa fatica a non scorgere in questo film le tante, troppe suggestioni, cui manca una rielaborazione forte affinché il risultato sia se non sorprendente e originale quantomeno personale: come già A Classic Horror Story, anche qui con un processo di reverse engineering si vedono le tracce di Midsommar, Omen, Apostolo, l’episodio del film di Ai confini della realtà con protagonista il ragazzo dai poteri psichici.
Conforta vedere come Strippoli stia portando avanti una propria idea di horror emotivo e metaforico già inaugurata da Piove (che era forse più goffo nei risultati ma anche più audace come intenzione). Manca ancora quel passo in più, quell’immagine folgorante, quella follia produttiva, o anche solo una coerenza estetica e narrativa mantenuto dall’inizio alla fine per fare il grande salto. Rimandato al prossimo settembre, vista l’ambientazione scolastica, anche se dovrebbe essere già pronto il nuovo film, intitolato per ora L’estranea.










