Verity è un film tratto dall’omonimo bestseller di Colleen Hoover, e parla di due scrittrici di romanzi thriller: la prima è Lowen Ashleigh (Dakota Johnson). Poco conosciuta, poco pubblicata, di talento, ha recentemente visto la madre spegnersi di cancro nel suo appartamento; la seconda è la famosa e affermata Verity Crawford (Anne Hathaway), sposata con Jeremy Crawford (Josh Hartnett). Tutti aspettano il suo prossimo libro, che tarda ad arrivare.
Lowen sta per andare ad un appuntamento organizzato dal suo manager quando, all’improvviso… SBAM!!! Una secchiata di sangue le piove addosso mentre aspetta il verde a un semaforo di New York.
“Così, de botto, senza senso” cit.
Si tratta di un rider in bicicletta che è stato appena investito da un’auto. Va bene. Accanto a lei sbuca Jeremy. Le chiede come sta e la accompagna alla toilette di una tavola calda per permetterle di darsi una rinfrescata. Mentre sono in bagno chiacchierano e, oltre ad emergere una certa chimica, viene anche fuori che lui ha perso pochi mesi prima la figlia in un incidente al lago.
La maglia della giovane scrittrice è irrecuperabile, troppo sangue, così lui le presta la sua camicia per non farla uscire mezza nuda. Pochi minuti dopo, Lowen, arriva all’appuntamento alla casa editrice che pubblica i romanzi di Verity Crawford. E chi mai incontra…? Esatto, proprio lui, Jeremy.
CHE COINCIDENZA.
Verity dovrebbe scrivere altri tre romanzi per chiudere la sua saga ma purtroppo ha subito un incidente – ANCORA? – e non è più in grado di lavorare. Serve quindi una ghostwriter in grado di prendere in mano i suoi appunti e ultimare i libri. Manco a dirlo, i soldi in ballo sono tantissimi, e Lowen accetta l’incarico. Per farlo, dovrà passare alcune settimane nella casa della famiglia Crawford nel Vermont. La strada è lunga, la macchina scivola in un panorama invernale: alberi spogli, un po’ di neve, nessun segno di vita.
Mentre l’auto si addentra sempre più nei sentieri boschivi, mi vengono in mente altri scenari simili in cui una casa isolata sarà inevitabilmente teatro di efferati crimini. Una volta arrivata, Lowen, non solo scopre che Verity è immobile, in uno stato catatonico perenne, ma che ha anche scritto una breve autobiografia salvata su una chiavetta USB lasciata in un pacchetto di sigarette, in cui sono custodite informazioni inquietanti.
Come è morta la figlia di Verity e Jeremy? Che incidente ha avuto Verity? Ma soprattutto: cosa ci faceva Jeremy al semaforo con Lowen proprio mentre un rider stava per essere disintegrato sul parabrezza di un auto, e proprio poco prima di incontrarla nella casa editrice che pubblica i romanzi della moglie? Cosa nasconde la famiglia Crawford?
Queste e altre domande troveranno, più o meno, risposta in circa due ore di sonnolenza pura. Stereotipi classici, personaggi banali, dinamiche già viste. Un concentrato di elementi noiosi e poco originali. Il tutto narrato con un ritmo degno del bradipo di Zootropolis.
La nuova scrittrice che prende il posto della vecchia, incidenti che non sono tali, una casa piena di segreti, uno o due tentati colpi di scena, un paio di sobbalzi per non farti crollare addormentato e poco altro. Sarà meglio il libro? Non saprei, ma peggio credo sia difficile.
La ciliegina sulla torta, però, è il titolo: “Verity”, come il nome della protagonista, che manipola a suo piacimento la verità, per l’appunto, per far credere al lettore, e forse non solo a lui, qualsiasi cosa. Una metafora che, invece di diventare interessante, finisce con l’essere ridicola e inutilmente ridondante.
Così come alcune scene che dovrebbero essere serie e cariche di tensione finiscono invece per risultare involontariamente comiche. Forse le sfumature ironiche del regista Michael Showalter (“The Big Sick”, “The Idea of You”) non hanno aiutato?
In verity, in verity vi dico: per me è no.







