C’è John Goodman che interpreta Trump. C’è il cambiamento climatico, ci sono i gatti animatronici, e poi c’è Tom Cruise che finalmente interpreta un ruolo che potrebbe portargli almeno una candidatura all’Oscar come miglior attore.
Questo è Digger, il nuovo film di Alejandro González Iñárritu, che, senza fare spoiler per rendere l’esperienza unica a chiunque, come cita un cartello all’inizio del film, è un’opera diversa da tutta la filmografia del regista.
E forse è proprio questo il primo motivo per cui funziona. Iñárritu prende un tema enorme e drammatico come la crisi climatica e decide di raccontarlo attraverso una commedia nera, grottesca, assurda e profondamente americana. La domanda di partenza è semplicissima: cosa causerà la fine del mondo?
La risposta del film è altrettanto semplice: l’uomo. O meglio, la sua avidità. Il bisogno di continuare a consumare, produrre e scavare anche quando il disastro è ormai davanti agli occhi. E in questa storia l’America diventa protagonista assoluta, con il potere politico, il petrolio e la capacità di decidere il destino del resto del pianeta. Digger Rockwell, interpretato da Tom Cruise, è un magnate del petrolio texano che ha contribuito a creare il problema e che, quando il mondo comincia a crollare, deve trovare il modo di trasformarsi nel suo salvatore. È una figura talmente enorme da sembrare quasi uscita da una caricatura.
E qui arriva Tom Cruise. Cruise ha già giocato con la comedy nella sua carriera, ma c’è un personaggio che sembrava essersi portato via con sé e che non avevamo più rivisto: Les Grossman in Tropic Thunder. Un personaggio praticamente da cameo, ma perfetto. Volgare, arrogante, sproporzionato, fisicamente ridicolo. In Digger quella cosa torna. Cruise si toglie di dosso il personaggio del bello, atletico, muscoloso e praticamente indistruttibile che conosciamo da decenni. Indossa protesi, trucco, capelli, costumi che lo fanno sembrare più vecchio, grasso, goffo e poco agile. Ma soprattutto cambia il modo di muoversi.
Cammina come un uomo convinto che il mondo gli appartenga. Le espressioni facciali, il modo di parlare, la postura e quella continua caricatura dell’uomo arrogante costruiscono un personaggio che sembra quasi una maschera vivente. In alcuni momenti mi ha ricordato persino Tony Clifton, il personaggio creato e interpretato da Andy Kaufman: non tanto per una somiglianza diretta, quanto per quella capacità di trasformare l’arroganza in una forma fisica, in un modo di stare davanti alla macchina da presa.
È probabilmente la cosa più interessante che Cruise abbia fatto da parecchio tempo. E non è un caso che anche parte della critica internazionale abbia individuato proprio nella sua interpretazione uno degli elementi più particolari del film. Ma Digger non è soltanto Tom Cruise. Il film sembra costruito come una pièce teatrale gigantesca. Sin dalla prima inquadratura, una tenda da teatro si apre e rivela un paesaggio bellissimo, incorniciato come fosse un quadro.
Poi scopriamo che quella che sembrava una quinta teatrale è la finestra del protagonista. È una dichiarazione d’intenti. Iñárritu costruisce il mondo del film attraverso scenografie enormi, composizioni geometriche e una fotografia che trasforma continuamente gli ambienti in quadri. Non è un caso che dietro al film ci siano Emmanuel Lubezki alla fotografia e Dennis Gassner alle scenografie. Il film è stato inoltre girato interamente in VistaVision. Eppure, nonostante la presenza di carrelli e piani sequenza che hanno caratterizzato il cinema di Iñárritu, questa volta la macchina da presa non vuole essere la protagonista.
I protagonisti sono gli attori. Attori che interpretano personaggi assurdi, caricaturali, quasi demenziali. Ma che, se guardati bene, non sono poi così assurdi. John Goodman è un presidente degli Stati Uniti che ricorda fin troppo da vicino una certa idea contemporanea della politica americana. Il modo di vestire, il modo di ragionare, la convinzione di poter risolvere qualsiasi cosa attraverso il potere. Una delle scene più divertenti arriva quando i suoi consiglieri sembrano quasi trasferirgli un potere divino attraverso una preghiera. È talmente assurdo da sembrare una gag. E poi pensi alla realtà. Ed è proprio qui che Digger trova la sua comicità migliore.
Il film è un dramedy che mette insieme satira, commedia nera, momenti quasi demenziali e un disaster movie ambientalista. I riferimenti si sentono: c’è sicuramente Il dottor Stranamore di Kubrick, c’è quella tradizione della commedia politica americana che utilizza l’assurdo per raccontare qualcosa di molto serio e, per certi versi, ricorda anche Don’t Look Up. Ma Iñárritu prova a fare qualcosa di ancora più strano. Non vuole semplicemente puntare il dito contro lo spettatore. Mette sul tavolo, uno dopo l’altro, tutti gli ingredienti della catastrofe e ci lascia lì a guardarli mentre il disastro prende forma. E poi continua ad aggiungerne. I gatti animatronici sono soltanto uno degli elementi più folli di un film che sembra continuamente chiedersi quanto può spingersi oltre prima di diventare completamente assurdo. La risposta è: parecchio.
E infatti Digger è anche un film divisivo. Da una parte c’è l’ambizione, la componente grottesca e la scelta di Cruise di buttarsi completamente dentro il personaggio; dall’altra parte c’è la satira che può sembrare troppo esplicita, autoreferenziale o caricata oltre misura. Perché Digger non è perfetto. A volte esagera. A volte insiste troppo sulla propria idea. A volte sembra quasi volerci ricordare continuamente quanto sia strano quello che stiamo guardando. Ma è proprio questa diversità a renderlo interessante.
E poi ci sono i colpi di scena. Non ne voglio parlare perché significherebbe togliere qualcosa all’esperienza. Posso solo dire che il film continua a cambiare forma e che persino quando sembra essere arrivato alla conclusione, non ha ancora finito di raccontare la propria storia. Anche i titoli di coda non sono davvero la fine. E forse è questo il modo migliore per descrivere Digger: un film che sembra continuamente sul punto di concludersi e invece decide di scavare ancora un po’. In fondo, il titolo non poteva essere più azzeccato.
Digger è un film diverso da quello che ti aspetti da Iñárritu e soprattutto diverso da quello che ti aspetti da Tom Cruise. E se da una parte il regista dimostra di saper giocare con la commedia, dall’altra Cruise dimostra di avere ancora una carta che, negli ultimi anni, aveva praticamente nascosto. Quella di essere terribilmente bravo a fare il cretino.
E finalmente ce lo ricordiamo.







