Cos’ha fatto Nicolas Winding Refn in questi dieci anni che ci separano da The Neon Demon, ultimo lungometraggio uscito in sala e presentato con qualche perplessità al Festival di Cannes?
Probabilmente è andato a dormire presto, anche a causa del chiacchierato intervento cardiaco a seguito di un’esperienza di pre-morte, ma a dirla tutta si è anche rifugiato quasi integralmente in televisione, con due serie – Too Old to Die Young e Copenhagen Cowboy, una manciata di spot pubblicitari al limite del fashion film, tante ospitate e il conseguimento di uno status di culto esemplificato nella sigla NWR.
Her Private Hell, presentato fuori concorso a Cannes, dovrebbe essere il ritorno sul grande schermo e il recupero di quella verve che ci ha dato capolavori e film incredibili come Drive, Only God Forgives, Valhalla Rising, la trilogia Pusher e Bronson. Il problema, lo diciamo subito chiaramente, è che in questo film l’espressione “di maniera” assume nuovi e inquietanti significati.
Non che lo stesso stile di Refn, barocco e sempre più iperstilizzato, non avesse la maniera e l’accumulo di manierisimi come cifra principale. Qui però a livello formale sembra proprio che dietro la macchina da presa ci sia un imitatore, ovvero qualcuno che di un autore conosce solo gli elementi più superficiali e appariscenti: le luci al neon, i corridoi fumosi, i rallenty da passerella, le simmetrie da spot pubblicitario, il ritmo narcolettico, l’esplosione di violenza, un certo luridume visivo.
La stessa trama sembra affastellare temi ricorrenti della filmografia di NWR senza un’adeguata capacità espressiva a sostanziarli; perché se il cineasta danese non è mai stato un autore della profondità o della complessità, nondimeno la spudoratezza, il coraggio e l’avanguardismo un po’ coatto della messa in scena riscattava l’essenzialità narrativa, dando vita a suggestioni inedite di ineguagliata forza.
In Her Private Hell invece siamo in presenza di un’accozzaglia psicoanalitica di bassa lega, non tanto – non soltanto – scritta in modo rozzo e sgraziato, scheletrica come una favola, ma proprio al limite dell’onanismo per l’inconsistenza della drammaturgia. Sophie Tatcher veste i panni di un’attrice che si prepara a girare un fumettone vintage fantascientifico insieme all’ex migliore amica, diventata matrigna, mentre il padre la abbandona platealmente a se stessa. Parallelamente un soldato americano cerca la propria figlia scomparsa mentre una sorta di serial killer spettrale, il Leatherman, con tanto di guanti tempestati di diamanti sventra giovani donne con ematica abbondanza.
In buona sostanza una ragazza con problemi irrisolti con il padre se ne costruisce uno immaginario, il soldato di Charles Melton, una sorta di proiezione salvifica, per proteggerla da un pericolo altrettanto immaginario, mentre intorno a lei si consuma un rapporto ambiguo con la matrigna, odiata e insieme desiderata, complice ma anche rivale nella richiesta di attenzioni al padre: un tale pasticcio psicoanalitico che potrebbe persino funzionare se non rimanesse sepolto sotto strati di iconografia e lucine.
Purtroppo ogni elemento sembra essere portato al parossismo tipico di un fashion show: la fotografia di Magnus Nordenhof Jønck.sembra non conoscere altro che colori artificiali e tonalità al neon, magenta e blu elettrico (la cosiddetta bisexual light); le scene d’azione, sempre più coreografie da balletto, finiscono per essere esangui come la stessa violenza rappresentata, decorativa e patinata; la musica di Pino Donaggio – massima stima e rispetto – annega tutto in sonorità operistiche e favolistiche che cozzano spesso e volentieri con le immagini e riescono a dialogarvi solo quando passano all’elettronica.
I dialoghi probabilmente sono l’aspetto più difficile da difendere: Refn ha sempre amato le battute criptiche, ma qui il mistero flirta con l’imbarazzo. In particolare la litigata tra madre e figlia — uno dei rari momenti in cui i personaggi si comportano come delle persone e non dei manichini – è realmente atroce, al limite dello scult involontario con frasi che sembrano scritte da un influencer dell’autostima più che da un cineasta adulto.
C’è qualcosa di sbagliato anche nel casting di Sophie Thatcher, attrice in realtà capace, alla quale viene chiesto di diventare un’icona, un’idea astratta, ma è visibilmente a disagio con questa richiesta che tenta di esaudire caricando come un pupazzo l’interpretazione e dunque urlando, posando, ringhiando, come se l’intensità del gesto potesse sostituire la mancanza di aura (cosa che per esempio riusciva benissimo a Elle Fanning.
Non è che il film sia da buttare e alcune immagini e scene – per esempio quella della discoteca o l’apertura avvolta dalla nebbia – funzionano davvero e mostrano una potenza visiva innegabile. Ma sono lampi isolati in un film che fatica a costruire un proprio ritmo in cui far vivere queste immagini.
Dopo aver passato un decennio a convincerci di essere una star forse NWR è diventato vittima del suo stesso personaggio – cosa che il sottoscritto ha pensato quando l’ha sentito proferire una banalità come “cosa c’è di straordinario nell’essere normali?”– e il risultato è un regista che ha smesso di avere una propria visione, o che ce l’ha ancora ancora ma le ha smesso di chiedere qualcosa di nuovo.







