Per il sottoscritto non c’è alcun dubbio: coi 250 milioni di Odissea si sarebbe potuto e dovuto fare altri 20 Camp Miasma – con l’avanzo di qualche decina di milioni, peraltro. Scherzi a parte, se come me credete che il cinema e in generale l’arte abbiano anche il compito e il privilegio di offrire uno sguardo nuovo sulla contemporaneità, non c’è dubbio che una voce come quella di Jane Schoenbrun sia molto più necessaria e interessante di quella paludata di Christopher Nolan.
Dopo We’re All Going to the World’s Fair e I Saw the TV Glow, con questo Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte, Schoenbrun continua a scavare tematicamente nello stesso punto, rivelando un’ossessione decisamente intrigante: il momento in cui un prodotto culturale si innesta in un adolescente, o in un adulto rimasto adolescente, e comincia a lavorargli dentro, a dare vita a un sommovimento interiore che avrà come risultato un barlume di consapevolezza, o un dubbio, l’emersione di qualcosa di vero sull’identità che quella persona ancora non sapeva come formulare.
Archiviati challenge e creepypasta del primo e le serie tv del secondo, ora Schoenbrun affronta con gran gusto un ambito evidentemente fondativo, ovvero i film slasher, compiendo quello che da tempo provano a fare i vari Scream, qualcosa cui si erano avvicinati i primi capitoli: non una parodia, non un omaggio, non una riproposizione, ma una rilettura critica e teorica dei meccanismi spettatoriali dell’horror seriale. Il tutto tentando di mantenere un’anima slasher nel profondo, pur senza lesinare tanto in autorialità quanto in risate beffarde.
I titoli di testa dell’opera in questione sono già un perfetto biglietto da visita: merchandise della saga immaginaria di Camp Miasma, ritagli, VHS consumate, fanzine, lettere di fan, gadget, poster.. Schoenbrun costruisce un archivio affettivo completo attorno a un franchise inesistente e di cui possiamo illuderci di sapere già qualcosa .
La trama: Kris (evidente alter-ego autoriale, la molto dedita Hannah Einbinder) è una giovane regista queer — famosa per aver girato un reboot di Psycho dal punto di vista della tenda della doccia — alla quale viene offerto il rilancio della saga Camp Miasma, una serie di film ormai logorata da decenni di brutti sequel e con l’enorme problema di avere un villain serial killer vittima di transfobia. Perfettamente conscia dell’operazione di ripulitura che le viene richiesta, ma decisa a fare di testa propria con l’autoironia di chi ha capito il proprio ruolo nel sistema, parte alla volta del set-paesino originario per incontrare Billy Presley (una Gillian Aderson che flirta come una madre seducente, divertitissima), archetipica final girl della saga che vive lì in un isolamento da diva consumata dal tempo e dai traumi.
L’intelligenza di questo film è evidente sin dal modo in cui sbatte in faccia uno dei temi: il killer si chiama Little Death, traduzione letterale di petite mort (l’orgasmo, in francese), ma questa saldatura di paura e piacere, pericolo ed eccitazione viene messa in scena con gran perizia. L’ansimare del killer che si avvicina alla vittima qui diventa desiderio, il brivido di ansia della vittima è spasmo anticipatorio. La tesi di Schoenbrun è che questa riappropriazione dell’horror in chiave anche femminista (laddove la vittima diventa soggetto attivo nella messa in scena del proprio massacro)
passi per la riscoperta da parte della protagonista del proprio corpo, di un desiderio proibito a se stessa, e di un’identità che non riesce a nominare e che trova nel mostro uno specchio deformato.
Tutto ciò passa per una messa in scena estremamente raffinata, che usa un linguaggio pop e sensoriale — montaggio ritmato, sound design pulsante, largo spazio all’ironia recitativa, utilizzo di canzoni in contrasto con le immagini – e una consapevolezza metacinematografica evidenziata da quegli sfondi platealmente finti che servono a riprodurre la realtà ma a citarla, come se si fosse sprofondati in un sogno consapevole di essere tale.
Schoenbrun si riserva anche svariati momenti in cui flettere i muscoli registici, come nel segmento del film originale, girato con una patina anni Sessanta-Settanta e una fotografia sognante, con una certa qualità onirica; o ancora il piccolo videoclip su musica pop in piano sequenza dell’irruzione del killer, che costituisce tutta una serie di citazioni delle classica grammatica slasher (soggettive, slow motion, camera attaccata al corpo) che non sono parodia ma omaggio eseguito con precisione da appassionati.
A proposito di musiche, Alex G compone una colonna sonora dichiaratamente anni Ottanta, con tanto di synth, percussioni elettroniche, ballad languide, in aperto contrasto con le immagini. Nelle sequenze erotiche in particolare la musica invade la scena e la satura, trasformando l’orrore in estasi. Cosa che non sarebbe possibile senza la fotografia firmata da Eric K. Yue che gira in 35mm, differenziando i registri visivi tra film (pulita simil digitale) e film-nel-film (grana anni Ottanta) all’insegna di morbidezza e alte luci, affogando spesso il tutto in quello che viene scherzosamente definito “bisexual lighting“, ovvero un mix di rosa, viola e blu, in modo chiaramente antinaturalistico.
Insomma, Camp Miasma è quel raro esempio di film horror intelligente, sapientemente realizzato, allo stesso tempo rilassante e cozy, adatto sia ai cultori che riconosceranno i cameo e le citazioni, che alle persone più incuriosite dal versante queer. La narrazione rischia di incartarsi nel terzo atto con una svolta meta azzardata, ma se se ne abbraccia l’eccesso è veramente impossibile non divertirsi in quest’opera che saprà dare grandi soddisfazioni, sicuramente destinata a restare nella storia del genere.
Piccola nota metodologica: Jane Schoenbrun si identifica e ha fatto coming out come persona transgender e non binaria, dunque preferisce si usino pronomi neutri quando ci si riferisce alla sua persona. Non reputando molto lungimirante l’uso della schwa, a livello linguistico, ma desiderando rispettarne la volontà, nel testo ci si riferisce a Schoenbrun con il suo cognome in modo evidentemente un po’ ripetitivo.







