Come t’immagini la trasposizione cinematografica della storia più importante della letteratura occidentale? Christopher Nolan se lo è chiesto. E la risposta è un film gigantesco, ambizioso e sorprendentemente intimo.
L’impresa era quasi impossibile: portare al cinema L’Odissea significa confrontarsi con un racconto che esiste da quasi tremila anni, studiato nelle scuole, reinterpretato da registi, scrittori e artisti di ogni epoca, un’opera che tutti conoscono già prima ancora di sedersi in sala.
Eppure Nolan riesce a fare quello che sembrava impossibile, ovvero essere fedele a Omero senza limitarsi a illustrarlo, condensando il viaggio di Ulisse in tre ore, eliminando alcuni passaggi inevitabilmente sacrificabili, ma soprattutto cambiando il modo di raccontare la storia.
Ed è qui che il film sorprende. Ma andiamo con ordine.
Di adattamenti dell’Odissea ne abbiamo visti tanti. I primi furono proprio italiani, con il celebre peplum degli anni Cinquanta, “Ulisse” di Mario Camerini che intere generazioni hanno conosciuto durante le ore di cineforum a scuola. Più recentemente Umberto Pasolini, con Itaca – Il ritorno (The Return), aveva scelto di raccontare non il viaggio ma ciò che accade dopo, concentrandosi sull’uomo che rientra a casa vent’anni più tardi e deve fare i conti con tutto ciò che ha perso.
Quasi tutte queste opere avevano però un elemento in comune: seguivano la struttura classica del poema. Nolan invece decide di partire dalla Telemachia, una parte spesso trascurata nelle trasposizioni cinematografiche.
Il film si apre infatti a Itaca con Telemaco che si prepara a diventare re,che si allena con il suo mentore, ma che vive nell’ombra di un padre che non ha mai davvero conosciuto. Penelope continua ad aspettare mentre i pretendenti consumano lentamente il regno. È da qui che prende forma il racconto. Si tratta di una scelta intelligente, perché permette al regista di trasformare un viaggio che tutti conoscono in un’indagine sulla memoria, sull’assenza e sull’eredità. Perché è proprio questo di cui parla il film, di memoria, e dell’importanza di ricordare.
Da quel momento il film si apre continuamente: incontriamo Polifemo, Circe, le Sirene, l’Ade, Agamennone e praticamente tutti i grandi episodi del poema, ma mai come semplici tappe obbligate. Ogni incontro serve a raccontare un pezzo diverso di Ulisse e dell’uomo che sta diventando dopo vent’anni di guerra. È un’Odissea meno interessata al mito e più ai suoi personaggi, ed è probabilmente questa la scelta più moderna del film.
Anche dal punto di vista tecnico Nolan continua a spingere il cinema oltre i propri limiti.
L’intero film è girato in IMAX 70 mm – purtroppo noi non abbiamo potuto vedere la proiezione come Nolan l’ha concepita, ma possiamo parlarvene comunque – ma non è soltanto una questione di spettacolo. Le immagini infatti hanno un senso preciso: il mare sembra infinito, le isole assumono una dimensione quasi mitologica e ogni paesaggio restituisce quella sensazione di piccolezza dell’essere umano davanti al destino che attraversa tutto il poema di Omero. Non è un esercizio di stile, è un modo per trasformare il viaggio in un’esperienza fisica.
Il comparto tecnico è impressionante senza mai risultare invasivo. La fotografia restituisce immagini destinate a rimanere nella memoria, mentre la colonna sonora accompagna il racconto con sorprendente misura, lasciando spesso spazio al silenzio e al rumore del mare invece di cercare continuamente l’enfasi. È una scelta che rende il film più vicino a un dramma umano che a un kolossal spettacolare. Perché, nonostante il budget e la scala della produzione, L’Odissea di Nolan non vuole essere il film più rumoroso dell’anno, ma soltanto il più coinvolgente.
La narrazione, come spesso accade nel cinema di Nolan, non procede in maniera lineare. Il racconto si sviluppa attraverso tre punti di vista con una costruzione che mantiene viva la tensione anche quando lo spettatore conosce perfettamente la destinazione finale.: Ulisse durante il ritorno, Telemaco a Itaca e i personaggi che, lungo il cammino, hanno incrociato la strada dell’eroe.
Il punto quindi non è più chiedersi come finirà, ma capire come ogni esperienza abbia trasformato Ulisse. Ed è forse questa la domanda che Nolan pone continuamente allo spettatore. Esiste davvero un ritorno? Oppure, dopo tutto quello che abbiamo vissuto, torniamo a casa essendo ormai qualcun altro? Quelli del tempo, della memoria, dell’identità, del peso delle scelte sono temi che attraversano tutta la filmografia del regista e qui trovano forse una delle loro espressioni più mature.
Il cast è semplicemente straordinario. Sembra che Hollywood abbia risposto “presente!” alla chiamata di Nolan. Ogni personaggio iconico del poema trova il volto di una grande star, ma senza che nessuno oscuri davvero il racconto.
Matt Damon offre una delle interpretazioni più fisiche e sofferte della sua carriera recente, costruendo un Ulisse consumato dal tempo e dalla guerra. Tom Holland dimostra definitivamente di poter andare oltre Spider-Man e trova in Telemaco un personaggio complesso, combattuto tra il bisogno di diventare adulto e quello di conoscere finalmente suo padre. Anne Hathaway regala probabilmente il momento più emozionante del film nei panni di Penelope, trasformando l’attesa in un sentimento quasi tangibile.
Attorno a loro ruotano decine di volti notissimi che compaiono anche solo per poche scene, ma che riescono comunque a lasciare il segno, non sembrando semplici cameo ma tasselli di un mosaico gigantesco.
La cosa che più colpisce, però, è un’altra. Nolan non cerca mai la battuta facile, non alleggerisce il racconto, non inserisce momenti costruiti per strappare una risata, ma eesta fedele alla natura tragica dell’opera di Omero: il viaggio di Ulisse è dolore, perdita, sacrificio e nostalgia, e il film non smette mai di ricordarcelo.
Si esce dalla sala con la sensazione di aver assistito non soltanto a un adattamento cinematografico, ma a una riflessione sul significato stesso del ritorno. Perché forse l’Odissea non parla davvero del viaggio, ma di ciò che il viaggio lascia dentro di noi.
Christopher Nolan firma uno dei film più ambiziosi della sua carriera, un’opera che rende omaggio al poema senza diventarne prigioniera, capace di dialogare con Omero e allo stesso tempo con tutto il cinema che è venuto dopo.
Un nuovo Oscar all’orizzonte? È presto per dirlo. Ma una cosa è certa: film così, oggi, se ne vedono davvero pochissimi.







