• Home
  • Chi siamo
  • Podcast
    • Episodi
      • Stagione 6
      • Stagione 5
      • Stagione 4
      • Stagione 3
      • Stagione 2
      • Stagione 1
    • Morsi
    • Speciali
  • Recensioni
    • Film
    • Serie tv
  • Rubriche
    • Behind the Scene
    • Editoriali

Mother Mary: recensione

mother mary recensione poster

Mother Mary – David Lowery trasforma una popstar in un incubo emotivo

Di questo film probabilmente nessuno vi dirà mai che è un horror, perché tecnicamente non lo è.

Ma Mother Mary ha quelle luci, quelle atmosfere, quella sensazione costante di disagio che appartiene proprio al cinema horror. E soprattutto ha quella capacità di inquietare senza bisogno di mostri o jumpscare.

Il nuovo film di David Lowery arriva come uno degli oggetti cinematografici più strani e affascinanti prodotti recentemente da A24, e per certi versi sembra quasi un ritorno alle origini dello studio: cinema d’autore, libero, imperfetto, ma pieno di immagini che restano addosso.

Mother Mary ha diviso la critica internazionale; alcuni lo hanno definito un melodramma musicale visionario, altri un film volutamente irrisolto e caotico. Ma quasi tutti concordano su una cosa, ovvero che è impossibile confonderlo con qualsiasi altra produzione contemporanea.

Lowery costruisce una storia che parte come un drama musicale e lentamente si trasforma in qualcosa di molto più oscuro.
Il film inizia con calma, quasi troppo. Dialoghi, musica, lunghe pause, performance artistiche. Ci vuole tempo per capire dove voglia andare a parare.

Poi però succede qualcosa: il film si apre, cambia pelle, si deforma. Ed è lì che Mother Mary trova davvero la sua identità. Le scenografie diventano sempre più fredde e artificiali, le composizioni dell’immagine sembrano studiate per intrappolare i personaggi, mentre il rapporto tra le due protagoniste assume toni quasi tossici, ossessivi.

Più che raccontare una popstar, Lowery sembra voler raccontare il peso della performance continua, della fama e dell’identità costruita davanti agli occhi del pubblico. Il parallelismo con In Fabric di Peter Strickland viene quasi spontaneo. In quel film era un vestito rosso a trascinare morte e ossessione. Qui quel rosso rimane, ma diventa simbolo, presenza emotiva, metafora di qualcosa che consuma lentamente chi lo indossa.

A sorprendere è soprattutto Anne Hathaway, completamente immersa nel personaggio. Canta, balla, domina la scena come una vera icona pop. E non è un caso: Lowery ha dichiarato di essersi ispirato anche a figure come Taylor Swift per costruire il personaggio di Mother Mary. Hathaway riesce a essere magnetica e disturbante allo stesso tempo, mentre Michaela Coel le fa da contrappeso emotivo perfetto, più trattenuta ma altrettanto intensa.

Anche la colonna sonora di Daniel Hart è fondamentale. Le musiche accompagnano il film in modo quasi ipnotico, diventano parte integrante del racconto e contribuiscono a creare quell’atmosfera sospesa tra musical, drama psicologico e horror emotivo.

Certo, il film non è perfetto: la trama a volte sembra confusa, alcuni passaggi restano volutamente poco chiari e non tutto viene davvero approfondito. A qualcuno potrebbe piacere questa libertà narrativa, mentre altri potrebbero trovarla frustrante.

Ma Mother Mary è uno di quei film che funzionano più per sensazioni che per logica. E forse è proprio qui che A24 sembra aver ritrovato sé stessa: nel piacere di raccontare storie semplici sulla carta, ma capaci di trasformarsi in esperienze emotive e visive molto più grandi di quanto sembrino.

Un film imperfetto, ambiguo, a tratti caotico, ma anche uno di quelli che, una volta finiti, continuano a rimanerti in testa.

Autore

  • Simone Albano

    Tutto è iniziato quando da piccolo mi ritrovai solo in casa e decisi di inserire nel videoregistratore il VHS di Jurassic Park. Da lì poi il primo film al cinema Titanic…e dopo la voglia di scrivere storie.

    Non mi aspettavo di scrivere recensioni. Quello lo so, non sono in grado, le scrivo troppo di pancia, ed è per questo che ho deciso poi di creare una redazione tutta mia.

    La prima idea di Popcorn & Podcast era quella di scrivere solo recensioni di film pop, ma poi ho capito che la gente fa solo finta di essere Pop, e si lega ai film di autori, fa il radical chic, e per avere una linea editoriale mista mi sono avvalso di grandi collaboratori.

    Nella vita lavoro nel cinema, mastico cinema e parlo di cinema (sì ho una vita noiosa), ma non riuscirei a vedermi in nessun altro lavoro.

    Cerco di essere sempre sincero nelle mie opinioni sul cinema, e creo sempre nuovi contenuti che non vadano in Trend, perché a me stare sulla cresta dell’onda mette ansia. Quindi preferisco pochi numeri ma tanta qualità.

    E se non sei d’accordo con me, sti cazzi.

    Visualizza tutti gli articoli
Data pubblicazione: 05/20/2026
Articolo precedente
The Mandalorian and Grogu: recensione
Articolo successivo
Amarga Navidad: recensione

Cerca anche:

anne hathawaydavid loweryhorrormicaela coel

Ultimi articoli

the-life-and-deaths-of-wilson-shedd-recensione poster

The life and deaths of Wilson Shedd: recensione

1 giorno fa
caro mondo crudele recensione poster

Caro mondo crudele: recensione

1 giorno fa
foa recensione

Föa: recensione

1 giorno fa
un jeu dangereux recensione

Un jeu dangereux: recensione

2 giorni fa
il corsetto recensione poster

Il corsetto: recensione

2 giorni fa
idda recensione

Idda: recensione

2 giorni fa
P&P
YouTube
spotify
Facebook
Instagram
TikTok
Letterboxd

© Popcorn & Podcast by HypeCommunications

  • Home
  • Contatti
  • Chi siamo
  • Privacy Policy