Vent’anni di ceruleo
Quando Il Diavolo veste Prada uscì nel 2006 prese alla sprovvista pubblico e mondo del cinema, diventando un successo al botteghino e un cult inatteso. Non che cinema e moda fossero due completi estranei prima di allora, ma quel film aveva il pregio di raccontare due mondi che ancora non si conoscevano così bene. Se il cinema – cerebrale, idealista, apparentemente al di sopra degli aspetti più terreni del mondo – poteva essere rappresentato da Andy Sachs, dall’altra parte l’alta moda, con la sua anima eccentrica, sfacciatamente elitaria e materialista, era perfettamente impersonata da Miranda Priestly.
Dagli anni novanta, anche grazie a una certa direttrice di Vogue, il mondo del cinema era entrato in contatto con l’alta moda, e nulla era ormai in grado di allontanarli. Pur sancendo un connubio ormai inevitabile, anche se meno evidente di oggi, Il diavolo veste Prada aveva un nucleo nuovo, divertente e interessante, che mostrava il mondo della moda come un’industria viva, dalle meccaniche profondamente ragionate. Da allora, per moltissimi cinefili, è impossibile pensare al “ceruleo” senza pensare al monologo di Miranda Priestly.
L’attesissimo seguito Il diavolo veste Prada 2, in uscita al cinema il 29 aprile distribuito da 20th Century Studios, non deluderà le aspettative di chi vuole vedere costumi e scenografie mozzafiato, vip inaspettati, del mondo della moda e non solo, e le fantastiche protagoniste in azione (perché, accanto a Meryl Streep e Anne Hathaway è impossibile non menzionare Emily Blunt). Ma per quanto riguarda il resto?
Hai bisogno di cambiare se vesti Prada?
Andrea Sachs, a parte qualche borsa firmata e un conto in banca ben più sostanzioso di prima, è essenzialmente come vent’anni prima: idealista, determinata ed entusiasta. Per una serie di sventurati eventi perde il suo lavoro come columnist di una rubrica dalla parte dei più deboli in un rinomato giornale progressista (maledetto capitalismo), salvo poi essere riassunta nel giro di 48 ore a Runway, che necessita di un volto nuovo per ripulirsi l’immagine dopo uno scandalo (benedetto capitalismo).
Tra vecchi e nuovi incontri, Andy si reinventerà, meritando il suo posto a Runway e soprattutto in un mondo nel quale tutti sono ormai vittime di acquisizioni, licenziamenti e ridimensionamenti. Ma perché vivere con uno stipendio minore o accettare un lavoro mal pagato quando si può scendere a patti con il demonio? Non c’è niente di male, eppure Andy sceglie Runway, nel quale crea una propria dimensione, senza mai guardarsi indietro.
Non bastano la storia d’amore insipida o i presunti colpi di scena per dare alla storia il twist che le serve o alla protagonista l’evoluzione che potrebbe avere. Paradossalmente gli unici ad avere dei minuscoli cambiamenti sono Emily e Nigel. Non che un film debba sottostare necessariamente ai dettami dei tre atti, del cambiamento del protagonista o del manuale dello scribacchino di Hollywood, ma in questo caso dare un minimo di tridimensionalità a personaggi e racconto avrebbe giovato.
Il diavolo veste Prada 2 è un’operazione pensata per trainare i fan al cinema e incassare il più possibile, ed è evidente che la sceneggiatura stavolta non era una priorità. Andy non cambia affatto, ma piuttosto prende coscienza, molto in fretta, che è il mondo ad essere cambiato. E lei, di conseguenza, non può che adattarvisi.
L’intreccio si risolve in un banale gioco di caccia al finanziatore, corsa al salvataggio di Runway e di tutto quello che rappresenta. Ma cosa rappresenta? E soprattutto, cosa serve per salvarlo?
La sindrome di Succession
Un tempo i super ricchi erano animali mitologici: incomprensibili, disumani, spesso relegati ad interpretare i cattivi al cinema. Sembra, oggi, che non ci sia film o serie tv ad alto impatto in cui non ce ne sia almeno uno. Chi pensa che persone queer, donne o persone non caucasiche stiano invadendo i nostri schermi, dovrebbe chiedersi quanto spesso i possessori di yacht vengono messi al centro dei racconti cinematografici e televisivi.
Nel nostro occidente in crisi, i super ricchi sono la minoranza più rappresentata nei media narrativi mainstream. Il diavolo veste Prada 2 non fa eccezione: per quanto sia comprensibile che l’alta moda debba confrontarsi con l’alta finanza, nel film sono i miliardari l’ago della bilancia, deus ex machina da raggiungere e convincere per avere successo e concludere la storia con un “e vissero tutti felici e contenti”. Ed ecco che il film inizia a somigliare a un incrocio tra Succession e Gossip Girl: la questione non è più quanto di se stessi si è disposti a sacrificare per avere successo, ma se si preferisce pagare con carta o contanti.
Se è vero che bisogna rifuggire l’idea che i film debbano tutti elevarci e renderci persone migliori, è giusto pretendere, per lo meno, che ci intrattengano in maniera intelligente, soprattutto quando la loro portata è tanto grande. Non è il caso di sconsigliare di andare a vedere Il diavolo veste Prada 2, soprattutto se si è fan del primo film, piuttosto meglio guardarlo decidendo di spegnere il cervello o senza aspettative eccessive, ed essere consapevoli di quello viene raccontato sotto la superficie luccicante, perché la visione politica è come la moda: puoi non volertene occupare, ma stai certa che lei si occuperà di te.







