Yellow Letters – Dramma politico in famiglia: meglio una vita in pace o una vita combattuta per conquistare la pace?
Yellow Letters, in uscita in Italia il 30 aprile 2026, è il film vincitore dell’ Orso d’oro alla 76ª edizione del Festival di Berlino. Diretto da İlker Çatak, nato a Berlino da genitori turchi, già conosciuto per La sala professori, è scritto dallo stesso Çatak insieme ad Ayda Çatak ed Enis Köstepen.
La pellicola è un dramma politico che parla di una coppia di artisti turchi a cui viene proibito di fare arte, poiché lo Stato non accetta una forma artistica che possa alterare la propria visione della realtà. In parole semplici, il film incrimina il regime dello Stato turco e, così come a detta del regista, “la fragilità di qualsiasi Stato democratico”, ovvero uno Stato che si definisce democratico ma che in realtà non accetta che il teatro possa essere una forma politica di dissenso, una modalità di protesta ed espressione.
La coppia in questione è Derya Tufan e Aziz Tufan, interpretati rispettivamente dagli attori Tansu Biçer e Özgü Namal. Derya è un’attrice che si rifiuta di fare una foto con i politici prima del proprio spettacolo di successo. Aziz è un drammaturgo che incoraggia, durante le sue lezioni di teatro, i suoi studenti a scendere in piazza e protestar, ribadendo che la protesta è un’opportunità che dà la libertà di esprimere il proprio parere.
Di fatto, il titolo Yellow Letters (lettere gialle) si riferisce alle lettere gialle inviate dallo Stato per questioni burocratiche o di licenziamento, le stesse che riceveranno i due protagonisti. Così vengono poste le basi della trama del film: uno Stato che si definisce democratico, ma che entra nelle vite delle persone e le distrugge perché in disaccordo con la loro visione e ne nega la libertà.
Ed è qui che la coppia Tufan e la figlia Ezgi Tufan, interpretata da Leyla Smyrna Cabas, sono costretti a cambiare città, trasferendosi da Ankara a Istanbul, a casa della nonna di Aziz, Güngör Tufan, interpretata da İpek Bilgin. Da ora in avanti, la famiglia turca dovrà abituarsi al cambiamento e a lottare per il proprio diritto negato, ovvero per “la scelta di dissentire con lo Stato e la libertà di lottare pacificamente attraverso il teatro”.
Ma soprattutto, il film pone le basi per sviluppare la tematica su cui vuol riflettere e far riflettere lo spettatore: “Fino a quando è giusto lottare per proteggere sé stessi e le persone attorno a noi?”. Il regista ricorda che, nonostante il film si riferisca allo Stato turco, è comunque un avvertimento per le società occidentali di come la democrazia possa in realtà essere instabile e di come, inavvertitamente, lo Stato possa approfittare del proprio potere.
Il film inizia con un ritmo lento e mantiene questa cadenza fino a due terzi della durata complessiva, per poi scaricare la tensione accumulata nell’ultimo terzo della pellicola. L’ ultimo atto è quello in cui emerge una visione chiara sul tema su cui il regista voleva concentrarsi: “Conta così tanto inseguire la libertà di espressione per combattere un ente che non la riconosce, al punto da rovinare la vita dei propri cari?”
Una tematica che fa riflettere molto, e per molti ritenuta complessa da chiarire: la difficoltà dello scegliere cosa veramente valga la pena. A volte è davvero più importante la nostra salute mentale e quella dei nostri familiari piuttosto che combattere e farsi logorare l’anima per qualcosa in cui crediamo fortemente?
Andando oltre la trama e soffermandoci sugli aspetti tecnici che rendono unico il film, Yellow Letters è un film fortemente autoriale che si distingue per tre elementi. Il primo è la scelta del regista di raccontare la propria storia attraverso i dialoghi; il secondo è usare come scenografie città tedesche che fanno le veci delle città turche; il terzo è la scelta registica di privarsi quasi del tutto dell’uso della musica, di melodie e di suoni strumentali, impiegati con grande parsimonia.
La somma di questi tre elementi porta a un quarto aspetto che rende unico il film, ovvero la scelta del regista di avere come risultato un’opera semplice e realistica. Il film riesce nel suo racconto tramite lunghi dialoghi grazie alla maestosa bravura degli attori principali, seguita da quella dei secondari, che riescono a reggere il confronto. Il tutto, ovviamente, sorretto dalla direzione di una buona regia.
Gli attori protagonisti della famiglia Tufan (Özgü Namal, Derya; Tansu Biçer, Aziz; e Leyla Smyrna Cabas, Ezgi) sono riusciti a mostrare ogni sfumatura del loro essere. Sono così bravi e talentuosi da riuscire a comunicare le loro emozioni anche attraverso gli occhi e le pause tra i dialoghi, come solo i grandi attori sanno fare. La trama viene ben scandita dai dialoghi, senza troppe didascalie o spiegazioni. Per la grande maggioranza del tempo, le scene sono in presenza di almeno un elemento della famiglia Tufan, ovvero dei protagonisti. Questo permette allo spettatore di venire catapultato nella vita della famiglia stessa e nell’ingiustizia da loro subita, così da vivere assieme a loro i momenti di tensione, di riflessione, gli attimi di serenità, le scelte di vita, le emozioni che prevalgono, come la rabbia o il sentimento di ingiustizia, e ogni altra sfaccettatura di quello che stanno vivendo in famiglia.
I colori usati dal regista sono prevalentemente freddi, ma allo stesso tempo semplici, senza una forte prevalenza di contrasto e con una saturazione piuttosto neutra. Le poche volte in cui tendono leggermente al caldo è per via della naturale luce del sole in città, o della luce che attraversa le finestre degli edifici, mostrando ambienti realistici. Le inquadrature sono altrettanto semplici e mirate, ma comunque ben ricercate e studiate, tendenti a mettere in evidenza l’interlocutore circondato da elementi comuni, che sia in una strada della città o in una stanza. L’effetto che si crea è quello di rendere ogni volta protagonista della scena il soggetto e il dialogo di chi parla nell’inquadratura, chiunque sia il personaggio ripreso.
Il terzo elemento fortemente autoriale del film è la quasi mancanza di uso di una colonna musicale. Risulta un film con un comparto sonoro semplice ma ricercato e voluto. Laddove la musica e i suoni avrebbero potuto agevolare o appesantire la visione per molti spettatori, il regista sceglie la via del realismo, lasciando le scene in presenza di silenzio e favorendo ancora una volta la riflessione. Le musiche e i suoni sono presenti, ma vengono impiegati solo quando strettamente necessario, senza dominare quasi mai la scena.
Il film è capace di dividere il pubblico generalista e la critica esperta: tra chi può percepirlo come un’opera con poco appeal e chi è invece disposto a rimanere in sala mantenendo la propria attenzione attiva, a prescindere da cosa il film riserverà. Parliamo di un film di lunga durata, poco più di due ore, e per due terzi lento, che si lascia raccontare con dialoghi e silenzi, con poche spiegazioni al di là dei dialoghi e quasi nessuna musica. Più che voler spiegare tanto, ha l’intento di far percepire cosa si prova a subire in prima persona un’ingiustizia come la mancanza di libertà di espressione.
Ne risulta un film semplice, ma realizzato con complessità, che si mostra per quello che è: “uno stralcio di vita di una famiglia che subisce l’ennesima ingiustizia dello Stato”. Un film che non si preoccupa di attirare il pubblico, ma di raccontare con semplicità ed efficacia la propria trama. Questa scelta può rivelarsi un’arma a doppio taglio, perché anche per uno spettatore attento il film può risultare poco incisivo, raccontando gli avvenimenti in maniera prolissa e arrivando a esplodere solo negli ultimi venti minuti, senza però infiammarsi mai del tutto.
Spesso questa sua maniera di raccontarsi, fatta di dialoghi e realismo, nonostante la bravura degli attori, rende il film poco capace di trasmettere forti emozioni e può far percepire lo stile adottato come non del tutto efficace sul pubblico. Allo stesso tempo, questa caratteristica può essere interpretata come la capacità degli attori di trattenere tutto dentro, come accadrebbe a molte persone nella realtà, fino a deflagrare nel finale. Ciò che ne rimane è comunque un film che non emoziona tanto e, quando lo fa sul finale, avrebbe potuto regalare ancora più intensità. Tuttavia, l’opera rimane fedele alla sua essenza: un racconto di vita vissuta che non si nutre di spettacolo e non cerca di emozionare per forza.
In conclusione, Yellow Letters si preoccupa più di far riflettere e raccontare che di coinvolgere nell’immediato, hé le emozioni che provano gli attori su schermo sono ben trasmesse al pubblico – che ciò sia voluto o meno.
Yellow Letters è un film che vuole mostrare tanto, ma ci riesce solo a metà; al suo interno, però, emergono le qualità attoriali e una regia di carattere, ordinata e consapevole, capace di mostrare la vita per quello che è, senza però andare spesso oltre né “rompere lo schermo”.
Il messaggio, il tema della lotta per la libertà di espressione e l’audacia della pellicola risultano comunque chiari. Ne risulta un’opea fortemente autoriale e coraggiosa, capace di fare quello che fanno molti grandi film: dividere l’opinione critica.







