Illusione, film diretto da Francesca Archibugi, presentato nella sezione Grand Public alla Festa del Cinema di Roma, vede nel cast Jasmine Trinca nei panni della sostituta procuratrice Cristina Camponeschi, Michele Riondino in quelli dello psicologo infantile Stefano Mangiaboschi, affiancati da Vittoria Puccini e Angelina Andrei nel ruolo della giovane protagonista Rosa Lazar.
La storia prende avvio nella periferia di Perugia, dove in un fosso viene ritrovata una ragazza bellissima, vestita con abiti d’alta moda; quando la polizia sta per portarne via il corpo, un sospiro rivela che è ancora viva: si chiama Rosa Lazar, è moldava e non ha ancora sedici anni. Il caso viene subito affidato alla procuratrice Camponeschi e allo psicologo Mangiaboschi, ma le indagini si rivelano più complesse del previsto, perché la ragazza non sembra avere piena coscienza delle violenze subite e continua a coprire la verità dietro una maschera di apparente gioiosità, lasciando emergere un profilo psicologico profondamente disturbato.
La regista ha dichiarato di essersi ispirata a un trafiletto del Corriere dell’Umbria, da cui è partita per costruire un lavoro di ricerca approfondito, scavando tra relazioni e dinamiche di potere con l’intento di dare voce a una vicenda destinata a essere dimenticata. Il film parte con ottime premesse, ma finisce per tradirle, camuffando questo tradimento con una sorta di “fumo negli occhi”. L’idea di fondo è estremamente interessante e il lavoro preparatorio della regista farebbe pensare a un’opera densa e stratificata, mentre la struttura segue fedelmente i canoni del giallo poliziesco — dal fatto criminoso iniziale alla costruzione dell’indagine fino alla ricostruzione finale — risultando solida e riconoscibile per chi ama il genere.
Eppure, nonostante una durata ampia, tutto questo potenziale non si traduce in una reale profondità: il film si lascia guardare fino alla fine, spinto da un meccanismo narrativo che obbliga lo spettatore a cercare risposte, ma restituisce poco più della cronaca degli eventi. Le domande più interessanti restano sospese: dove si trova la vera complessità psicologica di Rosa Lazar? Come si sviluppa davvero il rapporto ambiguo, confuso e a tratti inquietante con lo psicologo, che sembra richiamare l’immagine di una lolita sospesa tra innocenza e forzata adultizzazione? E quanto incide il passato dello stesso Mangiaboschi nella costruzione del suo personaggio e nel suo modo di relazionarsi al caso?
Tutte queste sfumature, che avrebbero potuto rappresentare la vera forza del film, vengono lasciate ai margini. Il risultato è un thriller che si appoggia ai suoi meccanismi senza mai superarli, con personaggi che appaiono più funzionali alla trama che realmente vissuti. Ed è proprio qui che si consuma il vero tradimento: una storia con tutte le potenzialità per essere incisiva e profonda che sceglie invece di rimanere in superficie, rinunciando a quella complessità che avrebbe potuto renderla davvero memorabile.







