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Primetime: recensione

primetime recensione poster

O di quando la giustizia diventa un programma televisivo e nessuno se ne accorge

C’è un ragazzo, in Primetime, che dovrebbe essere il personaggio più marginale della storia e finisce invece per diventarne il cuore. Si chiama Dan Plumb, interpretato da Skyler Gisondo, ha poco più di vent’anni, sogna di fare l’attore, e viene reclutato per interpretare l’esca in un programma televisivo che promette di stanare predatori sessuali davanti alle telecamere.

È attraverso il suo sguardo, più che attraverso quello di Chris Hansen, il conduttore-giustiziere interpretato da un Robert Pattinson mai così affilato, che il film di Lance Oppenheim riesce davvero a funzionare: è la sua ambizione, la sua ingenuità, il modo in cui si lascia risucchiare in un meccanismo molto più grande di lui a tenerti incollato allo schermo, fino a farti attraversare disgusto e paura insieme a lui.

Oppenheim, al suo primo film di finzione dopo una carriera da documentarista, porta nel racconto un’estetica che riconosci subito come propria delle piattaforme di streaming, montaggio nervoso, patina glaciale, quella sensazione di stare guardando qualcosa che è già pensato per essere consumato in un pomeriggio, ma la mette al servizio di una storia che non lascia scampo.

Il film ricostruisce il fenomeno reale del programma che usava volontari e finti minorenni per adescare online presunti predatori, portati in villette di periferia per essere smascherati in diretta. Un meccanismo che dovrebbe fare giustizia e che invece, guardato da vicino, assomiglia sempre di più a un circo. Le atrocità umane che il film mette in scena, quelle degli adescatori, certo, ma anche quelle di chi li mette in scena per mestiere, non vengono mai edulcorate, e proprio per questo il film ti costringe a restare scomodo per tutta la sua durata.

Accanto a lui, Merritt Wever dà corpo alla produttrice che alimenta la macchina del programma con la stessa freddezza professionale con cui si gestisce qualunque altro prodotto televisivo, un personaggio che ricorda quanto poco, in fondo, serva davvero un mostro per far funzionare un meccanismo mostruoso.

Il punto più interessante, però, è dove Primetime sposta la colpa. Non si accontenta di mostrare la ferocia predatoria degli uomini che finiscono davanti alle telecamere, né si limita a condannare la morbosità di una televisione che si nutre del dramma altrui per lucrarci sopra. Fa un passo oltre, e chiede: se la televisione arriva a sostituirsi alla giustizia, di chi è davvero la colpa? La risposta che il film lascia intravedere, senza mai pronunciarla del tutto, è che quel vuoto viene riempito perché qualcun altro lo ha lasciato aperto, uno Stato che non riesce a reggere il passo con il crimine, che non offre canali reali per intercettarlo prima che diventi spettacolo, e che quindi lascia inevitabilmente spazio agli avvoltoi. Il programma di Hansen non nasce nel vuoto istituzionale per caso: nasce perché quel vuoto esiste già, ed è lì che la televisione trova terreno fertile per travestirsi da giustizia.

È un tema che torna, sorprendentemente affine, anche in Ink di Danny Boyle, altro film di questa edizione della Mostra del Cinema di Venezia che racconta come il giornalismo d’inchiesta venga sistematicamente sovrastato dal bisogno del pubblico di consumare scoop e sensazionalismo piuttosto che verità scomode. In entrambi i casi il problema non è soltanto chi produce quel contenuto morboso, ma chi lo richiede, chi lo guarda, chi lo rende redditizio. Un pubblico che, guardando Primetime, finisce per specchiarsi proprio nel sistema che sta denunciando, senza troppe vie di scampo.

Robert Pattinson costruisce un Chris Hansen che non è mai un eroe e non è mai del tutto un mostro, ma qualcosa di più inquietante: un uomo che ha smesso di distinguere tra il fare giustizia e il fare spettacolo, e che forse non si è mai davvero posto la domanda. Vale la pena ricordare come Pattinson sia arrivato a questo ruolo: è entrato nel progetto prima come produttore, dopo aver letto la sceneggiatura, ed è stato lui stesso a proporre Lance Oppenheim come regista, scegliendo solo in un secondo momento di interpretare anche il protagonista. È un percorso che dice qualcosa sul tipo di lavoro che ne è uscito: non un ruolo capitato per caso, ma una costruzione pensata a monte, a partire dalla voce. Pattinson ha lavorato per settimane sulla cadenza di Hansen ascoltando ossessivamente il suo podcast, provando a riprodurla camminando per strada, e quella voce diventa nel film il vero veicolo del suo magnetismo: il modo in cui Hansen seduceva le sue vittime prima ancora di smascherarle, lo stesso modo in cui costruiva se stesso come personaggio televisivo prima che come persona.

Ed è qui che la realtà, fuori dallo schermo riflette esattamente il tema del film. Il vero Chris Hansen, che non ha visto Primetime per intero, ha definito la performance di Pattinson eccessivamente drammatica, senza cogliere, sembra, che quella teatralità grottesca ma mai ridicola è esattamente il punto: Pattinson non ha cercato di restituire un ritratto fedele e rispettoso, ha cercato di rendere visibile lo scarto tra l’uomo e il personaggio che quell’uomo ha costruito di se stesso per la televisione. Il fatto che Hansen si senta tradito da questa rappresentazione, mentre Pattinson la definisce un omaggio, non è un semplice aneddoto da promozione: è la prova vivente di quello che Primetime racconta, ovvero dove finisce la persona e dove comincia l’immagine costruita per lo spettacolo, chi ha il diritto di stabilirlo, e cosa succede quando quell’immagine sfugge di mano a chi l’ha creata.

È un’interpretazione che si regge tutta su quella zona grigia, e che rende Primetime un film scomodo nel modo giusto, non perché indugi sull’orrore, ma perché ti lascia addosso il sospetto che il vero mostro, in questa storia, non sia mai stato del tutto messo a fuoco.

Autore

  • Federica Guzzon

    Scrivo, parlo, penso e vivo di cinema da anni, con una predilezione per l’animazione (soprattutto se firmata Laika), le storie grottesche e le inquadrature che spiazzano.

    Cambio colore di capelli ogni mese — technicolor permanente — ma non idea su cosa cerco in un film: stupore, regia che osa, montaggio che taglia dove non ti aspetti.

    I musical allegri mi fanno paura, le commedie troppo romantiche anche. L’amore è un’altra cosa, spesso queer, mai lineare. Vivo per le interviste: ogni ospite è un DLC narrativo da scoprire.

    Mi muovo tra comunicazione, promozione e critica, sempre con lo stesso obiettivo: raccontare storie, anche quando si mimetizzano tra le righe.

    Prendersi troppo sul serio? No grazie. Prendere sul serio il cinema? Sempre.

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Data pubblicazione: 09/30/2026
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