Balcanica è il classico film che si presenta con le migliori intenzioni, il cuore dalla parte giusta, le cause importanti sulle spalle: purtroppo nonostante – o forse proprio a causa di ciò (polemica la nostra?) – il premio del pubblico alle Giornate degli Autori, l’esordio nel lungometraggio di Nicola Sorcinelli ci ha convinti ben poco.
Il regista infatti nel corso di molte interviste ha dichiarato di avere “il terrore della retorica“, di aver lavorato per sottrazione, nonché di voler evitare “la pornografia del dolore“. Sono affermazioni che sembrano del tutto appropriate alla materia trattata, che è per l’appunto quella di un attraversamento della cosiddetta rotta balcanica da parte di un padre e un figlio afgani. I due, musicisti in fuga dal paese natio a causa di un bando talebano che proibisce la musica, fanno un incontro provvidenziale con una dottoressa/volontaria italiana che presta servizio lungo il confine.
Il problema è che il film, quando si tratta di messa in scena e di scelte estetiche, sembra tradire involontariamente tutte le migliori intenzioni, sopratutto nei punti in cui comprensibilmente vorrebbe essere più onesto.
La confezione è quella ormai canonica del cinema civile europeo su questi temi: macchina a mano, pedinamenti, palette cromatica fredda, lunghi silenzi affidati ai corpi più che alle parole — diciamo che il vocabolario è quello dei fratelli Dardenne con un aggiunta estetizzante. Cosa che di per sé non sarebbe neanche un difetto, se non fosse che la ricerca della bella inquadratura, della luce affascinante, della location perfetta, oltre che un’attorialità molto forte, si pongono in marcata contraddizione con l’impianto pseudo-documentaristico che le contiene.
Nessuno potrebbe discutere le prove degli attori, dato che Matilda De Angelis è dedita come sempre ma le sue pose e persino il modo in cui viene accarezzata dalla macchina da presa ricordino più un’eroina da fiction Rai in odore di santità laica; lo stesso vale per Babak Karimi e Ivar Wafaei, che imprimono ai loro personaggi una dignità algida dove forse ci si aspetterebbe disordine, confusione, spossatezza.
Ma dove forma e struttura cozzano provocando scintille è sicuramente nella scrittura. Il film è, come si dice in questi casi, fin troppo scritto: i dialoghi mancano di spontaneità e le battute sembrano pensate a tavolino, non c’è mai il caos della lingua vera e ciò si percepisce con forza nell’ottimo inglese di frontiera parlato da tutti i personaggi. È forse un dettaglio minore ma l’assenza di fatica comunicativa, di esitazioni, di errori e incomprensioni mina pesantemente la credibilità globale.
Stesso discorso per la scrittura dei personaggi principali: Balcanica ha una tale paura di scivolare nello stereotipo negativo da ricadere in quello opposto e dunque i migranti sono tutti nobili, dignitosi, ammirevoli – per non parlare dell’espediente artistico piuttosto facile sia della musica sia dell’inganno (immediatamente comprensibile) che unisce la coppia protagonista. Anche la risoluzione finale della protagonista sembra frutto di una scelta obbligata di sceneggiatura più che conseguenza di uno sviluppo organico di un personaggio complesso.
Se la presa di posizione etica è del tutto legittima e anzi auspicabile, il film sembra ricadere nello stesso “sguardo occidentale” che il regista attribuisce inizialmente al personaggio di Matilda De Angelis. Dunque quale trasformazione è avvenuta? Cos’è cambiato in noi e in lei alla fine del film?
Anche la musica, che dovrebbe essere un po’ il cuore pulsante del racconto, finisce per diventare un promemoria emotivo per lo spettatore, segnando quando è arrivato il momento della commozione. E il paradosso che è Balcanica esibisce buone, se non ottime, qualità tecniche — su tutte la fotografia di Damjan Radovanović, che inquadra i personaggi in campi lunghi che quasi le astraggono – che però sono al servizio di un’operazione di cinema civile calcolatissimo e organizzato che più che risvegliare le coscienze le anestetizza.







