Prima ancora di arrivare a un giudizio sul nuovo film di Luc Besson ci sarebbe da chiedersi qual è stata la ragione che ha spinto il regista e la sua casa di produzione/distribuzione EuropaCorp a mettere in cantiere l’ennesima trasposizione del romanzo di Bram Stoker, in una versione che si affida almeno in parte alla visione di Francis Ford Coppola, soprattutto dopo un Nosferatu firmato da Robert Eggers che aveva già catalizzato l’attenzione sul non-morto più famoso di sempre.
E difficile sembra darsi una risposta sensata, giacché Besson si è trincerato dietro motivazioni poco plausibili – il racconto di una storia d’amore che solo incidentalmente riguarda Vlad l’impalatore, nonostante ne riprenda molti elementi, a volte stravolgendoli. Possiamo però preannunciare che nel film si vede l’importanza dell’apparato produttivo messo in campo, così come sono evidenti i limiti di una produzione europea che gioca a fare il blockbuster statunitense.
Dracula – L’amore perduto: la trama
E allora vediamo questa trama: nella Transilvania del XV secolo il principe Vladimir è perdutamente innamorato della sua amata Elisabeta, con cui ha un intenso rapporto amoroso e carnale. Come sempre la sua partecipazione riluttante alla crociata contro gli Ottomani lo porta a perdere la moglie, rinnegare Dio e a venire maledetto in eterno.
Diventato Dracula, Vladimir cerca disperato la sua amata attraverso i secoli, convinto della sua reincarnazione, fino a che non la ritrova nella Parigi di fine Ottocento, non prima di averne imprigionato il marito e aver trasformato l’amica Maria. Si metteranno sulle sue tracce un manipolo di coraggiosi guidati da un prete senza nome, tanto istruito sulle questioni occulte tanto disinvolto e con pochi scrupoli.
Il Dracula di Luc Besson, un calderone di toni e generi poco omogenei
A sorprendere – non sempre positivamente, ma una sorpresa è una sorpresa – la grande varietà di toni che assume un’opera sicuramente ambiziosa: il Dracula di Besson è romantico, orrifico, gotico, avventuroso, racconto storico, fantastico, musicale, ironico e soprattutto kitsch, un insieme variegato di toni, elementi, suggestioni, ambientazioni, tecniche che si tengono insieme molto male, tuttavia suscitando un certo interesse per un’operazione parecchio sopra le righe. Qualcosa che sembra avvicinarlo al Megalopolis di Coppola (ecco che torna il suo nome!), per quanto gli esiti siano molto meno memorabili, giacché più che di stratificazione qui si parla di accostamenti arditi, quando non improbabili.
Una cosa la si può ammettere però. Il personaggio di Dracula, per quanto un po’ richiami il dandy di Gary Oldman, trova in Caleb Landry Jones una propria caratterizzazione non priva di interesse: inizialmente un erotomane intossicato d’amore, scopriamo anche un certo senso dell’onore e una munificenza, nella sua spietatezza, oltre che un’ovvia vena romantica e una tensione febbrile verso il ricongiungimento con Elisabeta.
Similmente anche il prete di Christoph Waltz è un personaggio inedito, sopra le righe, più imbevuto di metodo scientifico e raziocinante che devoto, una versione alternativa del solito Van Helsing molto divertente nel suo essere fuori luogo. Meno entusiasmanti l’Elisabeta/Mina di Zoe Bleu, fiammeggiante e imperiosa quindi evanescente e diafana, nonché la vampira Maria di Matilda De Angelis, energica, folle e vivace il giusto, ma un po’ fuori posto nel complesso.
Dracula L’amore perduto: kolossal europeo o B-movie?
In generale “fuori posto” è la sensazione che trasmette tutto il film, che a fasi alterne pretende di essere un carrozzone ironico e auto-ironico, una storia d’amore melodrammatica, collezionando sequenze di dubbio gusto, scene d’azione ridicole (l’assalto dei gargoyle realizzati con una CGI da primi anni 2000), ricostruzioni d’epoca (una sequenza del tutto superfluea durante i festeggiamenti del centenario della Rivoluzione francese), piccoli momenti horror (la fiammata dell’entrata di Dracula in un convento), istanti surreali e di no-sense, atmosfera fantasy.
Un gran guazzabuglio, nel quale non riesce a mettere ordine neanche lo sguardo registico di Luc Besson, spesso e volentieri fin troppo al servizio della trama e che riesce trova una propria centralità solo in un pugno di sequenze. Non aiuta nemmeno il montaggio, allungando inutilmente tante scene che avrebbero giovato invece di un ritmo meno disteso: il risultato è un film che sconfina nelle solite due ore come un kolossal dagli effetti speciali altalenanti, mentre sarebbe stato perfetto come B-movie dalla confezione di lusso e dalla durata e aspirazioni più contenute.










