• Home
  • Chi siamo
  • Podcast
    • Episodi
      • Stagione 6
      • Stagione 5
      • Stagione 4
      • Stagione 3
      • Stagione 2
      • Stagione 1
    • Morsi
    • Speciali
  • Recensioni
    • Film
    • Serie tv
  • Rubriche
    • Behind the Scene
    • Editoriali

Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio: recensione

heart of the beast recensione

Il cinema sta cercando di dirci qualcosa. Perché, a distanza di poche settimane, arrivano al cinema due storie apparentemente molto simili: un uomo, un cane e un mondo ostile da attraversare.

Il 26 agosto è arrivato The Dog Stars di Ridley Scott. Il 24 settembre tocca invece a Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio, con Brad Pitt e il suo fedele compagno a quattro zampe. Coincidenza? Probabilmente sì. Ma è interessante vedere come due film possano partire da un’immagine così simile per raccontare due storie completamente diverse.

Il nuovo film diretto da David Ayer, con Brad Pitt anche tra i produttori, è un survival movie essenziale, quasi primitivo, che riesce a tenerti incollato allo schermo fino alla fine. È un pugno allo stomaco. Ma non attraverso grandi discorsi, dialoghi costruiti per spiegare tutto o scene studiate per forzare l’emozione. Heart of the Beast è, per lunghi tratti, quasi un film muto. È fatto di immagini, paesaggi, respiri, rumori della natura e musica. E proprio nella sua semplicità trova una forza emotiva sorprendente.

La storia è quella di James Belmont, ex ufficiale delle Forze Speciali statunitensi, ormai lontano dalla guerra, e del suo compagno Odino, un pastore tedesco con una protesi alla zampa. Odino non è semplicemente il cane di James. È un ex compagno di missione. Un animale che durante la guerra gli ha salvato la vita più volte e che, una volta terminato il servizio, continua a condividere con lui un’esistenza segnata da qualcosa che non viene mai completamente lasciato alle spalle. I due sorvolano l’Alaska a bordo di un piccolo aereo, cercando una dimensione diversa, fatta di pesca, campeggio e silenzio. Poi qualcosa va storto. L’aereo precipita. E quella che sembrava una vacanza diventa improvvisamente un’ultima missione. Sopravvivere.

La foresta dell’Alaska non fa sconti. Ci sono le intemperie, il freddo, la fame, i lupi, i grizzly e soprattutto una natura che non sembra avere alcun interesse per il destino dell’uomo. Ed è proprio qui che il film trova la sua identità. A tratti viene naturale pensare a The Revenant di Alejandro González Iñárritu, soprattutto per il rapporto tra uomo e natura e per quella sensazione costante di essere piccoli, fragili e completamente indifesi davanti a un ambiente che può ucciderti in qualsiasi momento. In altri momenti il film richiama il cinema dell’avventura e del viaggio interiore, quello in cui il protagonista deve allontanarsi da tutto per riuscire finalmente a confrontarsi con sé stesso, come successo con Into the Wild di Sean Penn.

Ma Heart of the Beast prova a trovare una strada personale, e lo fa soprattutto attraverso Odino, perché il vero cuore del film è proprio il rapporto tra Brad Pitt e il cane. Un rapporto che non viene costruito artificialmente attraverso dialoghi o situazioni eccessivamente sentimentali, ma attraverso gesti, sguardi e soprattutto attraverso la necessità. James ha bisogno di Odino, e Odino ha bisogno di James. Sono due sopravvissuti. Due esseri viventi che hanno attraversato la guerra e che, anche lontano dal campo di battaglia, continuano a portarsi addosso le conseguenze di quello che hanno vissuto, ed è forse questa la cosa più interessante del film.

La guerra non è mai davvero finita. Puoi toglierti la divisa, puoi lasciare il campo di battaglia, puoi provare a costruirti una nuova vita, ma alcune ferite continuano a camminare insieme a te. Proprio come la protesi di Odino, un segno fisico di qualcosa che è successo e che non può essere cancellato. Il viaggio nella natura diventa quindi anche un percorso interiore. James è un uomo che porta il peso degli anni e di una vita vissuta al limite. Non è il classico protagonista invincibile che riesce a superare qualsiasi ostacolo con una sola mano. Soffre. Cade. Si ferisce. E soprattutto, a un certo punto, sembra quasi lasciarsi andare.

Brad Pitt costruisce il personaggio soprattutto attraverso il corpo. Il volto, la postura e la fatica diventano strumenti narrativi più importanti delle parole. Ed è qui che la scelta di raccontare così tanto attraverso le immagini diventa fondamentale. La regia di David Ayer rinuncia spesso alla necessità di spiegare. Lascia spazio, osserva, aspetta e permette allo spettatore di rimanere insieme al protagonista anche nei momenti in cui apparentemente non succede nulla. La sopravvivenza, d’altronde, è fatta anche di questo.

A rendere ancora più importante questa dimensione c’è la fotografia di Mauro Fiore, premio Oscar per Avatar. Qui il lavoro è completamente diverso da quello che potremmo aspettarci da una produzione spettacolare. Non ci sono immagini costruite per impressionare a ogni costo. La fotografia è essenziale, la macchina da presa sembra quasi voler scomparire, lasciando spazio ai paesaggi dell’Alaska, ed è proprio la natura a diventare il vero protagonista del film.

Enorme, bellissima, ma anche terribilmente indifferente. Le montagne, i fiumi, gli alberi e gli spazi sconfinati non vengono utilizzati soltanto come sfondo. Sono parte della narrazione. La natura accoglie James e Odino, ma allo stesso tempo li mette continuamente alla prova, e in alcuni momenti sembra quasi di assistere a un documentario. La macchina da presa non vuole ricordarti costantemente di essere davanti a un film. Ti lascia dentro quel mondo e ti costringe ad aspettare insieme ai protagonisti.

Ad accompagnare Brad Pitt e Odino ci sono pochi altri personaggi. J.K. Simmons appare quasi come se fosse un cameo, mentre Anna Lambe apre e chiude il film. È una scelta coerente con la natura del racconto, perché Heart of the Beast non ha bisogno di affollare la scena. Ha bisogno di isolamento. Più James rimane solo, più il rapporto con Odino acquista importanza. Ed è proprio questo che rende il film emotivamente efficace.

Perché non stiamo semplicemente guardando un uomo e il suo cane che cercano di sopravvivere. Stiamo guardando un uomo che continua a vivere anche grazie alla presenza di qualcuno che non può parlargli. Qualcuno che, però, lo conosce meglio di chiunque altro. Fino alla fine non sappiamo davvero come si concluderà questa storia. E facciamo il tifo per James, ma soprattutto per loro. Per quella coppia improbabile formata da un uomo stanco e da un cane che, nonostante le proprie ferite, continua a camminare. E quando finalmente arriva il momento di tirare il fiato, arriva anche l’emozione. Quella vera. Quella che non hai bisogno di spiegare. E finalmente si piange, ma è un pianto liberatorio, un pianto di vittoria, di rivalsa e forse anche di gratitudine. Perché prima dei titoli di coda compare una dedica che cambia ulteriormente la prospettiva del film.

Heart of the Beast è dedicato agli animali che accompagnano i soldati durante la guerra, che condividono con loro il pericolo e che, una volta terminato il servizio, continuano a vivere portandosi addosso le conseguenze di quello che hanno vissuto. Animali che convivono con traumi e ferite, che spesso, hanno dato tutto senza poter scegliere.

Ed è un messaggio che, in realtà, il film ci aveva già raccontato per tutta la sua durata. Perché Odino non è un semplice animale inserito nella storia per rendere il protagonista più simpatico. È un compagno. Un soldato. Un sopravvissuto.
Heart of the Beast è quindi un survival movie, un film d’avventura e una storia di amicizia. Ma è soprattutto un film sulla capacità di andare avanti, quando il corpo non ce la fa più, quando la mente comincia a cedere e quando sembra che non ci sia più nessun motivo per continuare.

A volte basta qualcuno accanto a te. Anche se ha quattro zampe. E forse è proprio questa la cosa più bella del film: ricordarci che, anche nel luogo più selvaggio e lontano dal mondo, non si sopravvive mai completamente da soli.

Autore

  • Simone Albano

    Tutto è iniziato quando da piccolo mi ritrovai solo in casa e decisi di inserire nel videoregistratore il VHS di Jurassic Park. Da lì poi il primo film al cinema Titanic…e dopo la voglia di scrivere storie.

    Non mi aspettavo di scrivere recensioni. Quello lo so, non sono in grado, le scrivo troppo di pancia, ed è per questo che ho deciso poi di creare una redazione tutta mia.

    La prima idea di Popcorn & Podcast era quella di scrivere solo recensioni di film pop, ma poi ho capito che la gente fa solo finta di essere Pop, e si lega ai film di autori, fa il radical chic, e per avere una linea editoriale mista mi sono avvalso di grandi collaboratori.

    Nella vita lavoro nel cinema, mastico cinema e parlo di cinema (sì ho una vita noiosa), ma non riuscirei a vedermi in nessun altro lavoro.

    Cerco di essere sempre sincero nelle mie opinioni sul cinema, e creo sempre nuovi contenuti che non vadano in Trend, perché a me stare sulla cresta dell’onda mette ansia. Quindi preferisco pochi numeri ma tanta qualità.

    E se non sei d’accordo con me, sti cazzi.

    Visualizza tutti gli articoli
Data pubblicazione: 09/24/2026
Articolo precedente
I figli della scimmia: recensione
Articolo successivo
L’isola dei ricordi: recensione

Cerca anche:

brad pittdavid ayerj k simmons

Ultimi articoli

l'isola dei recordi recensione

L’isola dei ricordi: recensione

1 giorno fa
i figli della scimmia recensione poster

I figli della scimmia: recensione

4 giorni fa
dov'è la fiesta recensione poster

Dov’è la fiesta?: recensione

6 giorni fa
dov'è la fiesta intervista

Dov’è la fiesta?: intervista a Linda Caridi, Niccolò Gentili e Lisa Nur Sultan

1 settimana fa
venezia83 analisi considerazioni

Venezia83, o di quello che resta quando le luci si riaccendono

2 settimane fa
wild horse nine recensione poster

Wild Horse Nine: recensione

2 settimane fa
P&P
YouTube
spotify
Facebook
Instagram
TikTok
Letterboxd

© Popcorn & Podcast by HypeCommunications

  • Home
  • Contatti
  • Chi siamo
  • Privacy Policy