Spesso si dice che i registi, a un certo punto della loro carriera, dovrebbero ritirarsi. Beh, nel caso di Ridley Scott forse sarebbe davvero il caso. Non perché The Dog Stars sia necessariamente un brutto film, ma perché, arrivati a questo punto, la domanda da farsi è un’altra: Scott ha ancora qualcosa da raccontarci?
Nelle sale arriva The Dog Stars, tratto dal romanzo omonimo del 2012 di Peter Heller, e per Scott rappresenta un cambio di registro piuttosto evidente. Dopo anni di kolossal, guerre, imperi, battaglie e grandi affreschi storici, il regista sceglie un racconto post-apocalittico molto più intimo.
Siamo nel 2035. Una pandemia ha spazzato via gran parte dell’umanità e Hig, interpretato da Jacob Elordi, vive isolato in una casa fortificata insieme al suo cane Jasper e a Bangley, interpretato da Josh Brolin. Hig vola con il suo piccolo aereo sopra un’America devastata, perlustrando il territorio.
Cerca qualcosa. Cosa, esattamente, non lo capiremo mai fino in fondo. E forse è proprio questo il problema del film.
Hig è un uomo che ha perso la moglie e che non sembra più avere un vero motivo per continuare a vivere. Il film dovrebbe quindi essere soprattutto un racconto sul lutto, sulla sopravvivenza e sulla difficoltà di trovare un senso quando tutto ciò che ci legava alla vita è scomparso, o mutato.
Ma questo dolore rimane quasi sempre in superficie.
Ancora una volta abbiamo l’uomo bianco americano che piange la donna che ha perso. E il confronto con Io sono leggenda viene quasi spontaneo, almeno nella premessa: un uomo solo in un mondo devastato, circondato dai ricordi di una vita precedente e costretto a trovare un motivo per andare avanti.
Solo che The Dog Stars sembra molto più interessato alla solitudine che alla sopravvivenza. Le sequenze più interessanti sono infatti quelle in cui Hig vola con il suo aereo. Si dirige verso una montagna, spegne il motore e si lascia andare nel vuoto. Per qualche secondo sembra aver deciso di farla finita. Poi, all’ultimo momento, riaccende il motore. E lo fa ancora. E ancora.
È forse la metafora più riuscita del film: un uomo che continua a mettere alla prova il proprio desiderio di vivere senza essere davvero convinto di volerlo fare. Peccato che il film non riesca a sviluppare questa intuizione fino in fondo.
A proteggerlo c’è Bangley, un personaggio interpretato da Josh Brolin ma scritto in maniera molto più convenzionale. È armato fino ai denti, diffidente, aggressivo e pronto a sparare a chiunque si avvicini alla sua proprietà. È il classico sopravvissuto americano che difende il proprio territorio come se fosse l’ultima frontiera.
Il problema è che non viene mai davvero raccontato. Come non viene davvero raccontato Hig. E quando arriviamo a Cima, interpretata da Margaret Qualley, il film sembra finalmente avere l’occasione di cambiare direzione. Nasce una storia d’amore.
Un uomo bellissimo incontra una donna bellissima durante la fine del mondo. Hollywood, a volte, sembra davvero convinta che anche dopo l’apocalisse tutti debbano essere bellissimi.
Il problema non è tanto la relazione in sé, quanto il modo in cui viene costruita. Cima dovrebbe rappresentare la possibilità di tornare a vivere, di ricominciare, di trovare qualcuno per cui valga ancora la pena rimanere al mondo. Ma anche qui il film preferisce suggerire invece di scavare.
E persino Guy Pearce, nel ruolo del padre di Cima, finisce per occupare uno spazio narrativo già visto: un’altra figura maschile che sembra costruita per proteggere, controllare e diffidare.
Poi c’è Jasper.
Il cane dovrebbe essere il cuore emotivo del film. È il compagno di Hig, il legame più puro che gli rimane con la vita precedente, la creatura per cui vale ancora la pena tornare a casa. Eppure Jasper non diventa mai davvero centrale nell’evoluzione del protagonista. Ed è un’occasione persa. Perché raccontare un uomo che ha perso tutto attraverso il rapporto con un animale avrebbe potuto essere molto più potente di qualsiasi dialogo sul dolore.
Tecnicamente, Ridley Scott sa ancora costruire immagini: i paesaggi devastati, gli spazi enormi, le case isolate e quella natura che sembra essersi ripresa il territorio restituiscono un mondo credibile. La fotografia lavora molto sulla luce naturale e sui toni terrosi, costruendo un’America spoglia, polverosa, quasi sospesa fuori dal tempo. E anche quando il film non racconta, l’immagine continua a parlare.
Il problema è che Scott si concede moltissimo tempo per osservare questi spazi. Troppo. La lentezza non è necessariamente un difetto. Un film contemplativo può essere potentissimo. Ma la contemplazione deve produrre qualcosa: un’emozione, una riflessione, una trasformazione.
Qui, invece, spesso sembra semplicemente che il film sia fermo. Le scene durano a lungo, i dialoghi si interrompono, i personaggi osservano il paesaggio e noi aspettiamo che qualcosa succeda. Ma non succede niente.
Le scene d’azione sono centellinate e inserite quasi come una scossa elettrica per risvegliare lo spettatore. Ma anche qui Scott non sembra particolarmente interessato a costruire lo spettacolo che ci aspetteremmo da lui. È quasi come se avesse deciso di togliere tutto ciò che associamo al suo cinema. E questa potrebbe essere l’unica cosa interessante, se funzionasse.
Perché The Dog Stars sembra voler essere un film di Ridley Scott senza essere davvero un film di Ridley Scott. Non cerca la monumentalità di Il gladiatore, non ha la tensione di Alien, non ha la potenza visiva di Blade Runner e non ha nemmeno la spettacolarità dei suoi lavori più recenti.
È un film piccolo, intimo, romantico. Forse troppo.
Anche la colonna sonora accompagna questa scelta con atmosfere country e malinconiche che funzionano bene con il tono del film. È uno degli elementi che contribuiscono maggiormente a costruire quella sensazione di America sospesa, dove la fine del mondo non è rappresentata attraverso enormi esplosioni ma attraverso il silenzio.
Ed è proprio questo il paradosso. Scott ha tutti gli strumenti per raccontare la fine del mondo. Ma sembra non avere più nulla da dire sull’uomo che deve sopravvivere alla fine del mondo.
Il film vorrebbe parlare di lutto, ma non riesce a farci sentire davvero il lutto di Hig. Vorrebbe parlare di solitudine, ma raramente ci fa sentire soli insieme a lui. Vorrebbe raccontare la possibilità di ricominciare, ma la relazione con Cima appare troppo convenzionale per avere davvero quel peso.
E soprattutto vorrebbe farci empatizzare con un uomo che non sa se vuole continuare a vivere.
Ma nelle scene costruite per commuoverci, non ci si commuove.
Ed è forse questo il difetto più grande: The Dog Stars non è brutto perché è lento, è debole perché non riesce a trasformare la sua lentezza in profondità. È un film tecnicamente impeccabile, con paesaggi splendidi, una fotografia curata, una buona colonna sonora e un cast che avrebbe avuto materiale sufficiente per costruire personaggi molto più interessanti. Ma rimane tutto lì, in superficie.
E così quello che avrebbe potuto essere un film sul dolore, sulla perdita e sulla possibilità di ricominciare diventa un lungo viaggio attraverso un mondo già finito, alla ricerca di qualcosa che il film stesso non sembra sapere cosa sia.
Forse Ridley Scott non avrebbe dovuto smettere di fare film. Forse avrebbe semplicemente dovuto trovare qualcosa per cui valesse ancora la pena farli. Perché The Dog Stars sembra esattamente come il suo protagonista: continua ad andare avanti, ma non sembra sapere davvero dove vuole arrivare.







