Cosa unisce Zach Cregger e Jordan Peele, a parte l’interesse per un genere – l’horror – e le sue deviazioni? Forse non troppo sorprendentemente il background, essendo stati entrambi autori di programmi comici. Se però il secondo è riuscito a calibrare i propri slittamenti di tono, arrivando a una sintesi perfetta con l’ottimo Nope, Cregger sembra ancora annaspare e boccheggiare, mentre sfoggia i propri muscoli (registici) con il suo ultimo Weapons.
Dopo il pur promettente Barbarian – ottima intuizione, buon effetto sorpresa, pessimo finale – Cregger scrive, dirige e produce un film che mira in primis a sorprendere lo spettatore, infilando una miriade di influenze, suggestioni e riferimenti (Fincher, Coen, Wan, Villeneuve, solo per citarne alcuni), sempre con l’intento di raccontare gli Stati Uniti più profondi. Intento che però rimane sulla carta.
La premessa non potrebbe essere più intrigante: una notte 17 bambini appartenenti alla stessa classe si svegliano alla stessa ora e scompaiono nell’oscurità, correndo a braccia spiegate verso una destinazione ignota. Tutta l’attenzione dei genitori, devastati e inferociti dopo le inconcludenti indagini della polizia, si focalizzano su Justine Grady, l’insegnante dei bambini, nonché su Alex, ovvero l’unico alunno della classe rimasto. La risposta al mistero che attanaglia la cittadina del film sarà decisamente sorprendente.
Aperto da una delle voci narranti più fastidiose degli ultimi anni – voce che peraltro lascia presagire una certa drammaticità della vicenda raccontata – il film ci fa inizialmente conoscere la maestra interpretata da Julia Garner, ovviamente assediata da una messe di genitori preoccupati. E qui iniziano le note positive del film: il suo è un personaggio ben scritto, che scarta dallo stereotipo dell’insegnante che ama i propri studenti, riservando qualche sorpresa (comportamenti scorretti, autodistruttivi, propensione all’alcolismo, ma anche tigna e coraggio incosciente).
Chi più e chi meno, tutti i personaggi nasconderanno una deviazione dal loro modello di riferimento, dal padre di Josh Brolin al preside di Benedict Wong. Cregger infatti struttura il film dividendolo in 8 capitoli interconnessi, ognuno dei quali incentrato su un diverso personaggio, con incastri dovuti allo scarto temporale tra l’uno e l’altro (banalmente: il capitolo successivo ci farà capire come un personaggio è arrivato a compiere un determinato gesto). Espediente non certo nuovo e che, pur ammazzando il ritmo, azzoppato dai continui flashback e da ripartenze a volte didascaliche, mantiene desta l’attenzione.
La volontà di sorprendere è dunque un po’ il motivo centrale del film, il quale parte come un thriller investigativo, diventa un horror a base di (brutti, telefonati e moderni) jumpscare, prosegue come una commedia grottesca e finisce nel quasi demenziale. E a sorprendere è anche la regia stessa, priva di una vera direzione in grado di amalgamare il tutto, ma virtuosistica in alcune scene. Se ciò fa sembrare Weapons un puzzle affascinante, la realtà è del tutto diversa e ci troviamo infatti di fronte a una sorta di showcase, un portfolio delle capacità multiformi del regista, il quale però si è ben poco preoccupato di scrivere una storia che abbia una benché minima forma di interesse e per la quale si possa perdonare una struttura del tutto ingiustificata, sia a livello di trama che di significanza – due personaggi per esempio potrebbero essere facilmente tagliati senza grandi perdite e non è che i risvolti psicologici abbondino, anzi.
Weapons, allora, funziona meglio se considerato come un giro sulle montagne russe dei generi cinematografici, un oggetto puramente sensoriale, un meccanismo di cui ammirare gli ingranaggi senza domandarsi troppo il senso del movimento, trattandosi di una narrazione priva di una vera necessità: se ci si abbandona al carrozzone guidato da Cregger ci si può anche divertire, dato che i momenti folli e spassosamente assurdi abbondano e sono probabilmente la cosa migliore della pellicola (che funziona finalmente nel deflagrante finale, anche se solo per qualche minuto isolato).
Bisognerebbe comprendere a questo punto se la campagna marketing, apertamente mistificatoria nel suo depistaggio verso l’horror, sia da considerarsi una mossa geniale o un insulto allo spettatore.
Ma Weapons è il perfetto esempio di film al quale avvicinarsi senza aspettative e di cui è oltremodo difficile prevedere la ricezione. Per il sottoscritto è molto più NO che SÌ, ma non si fa fatica a immaginare reazioni di segno opposto, del tutto legittime soprattutto se da un film non si richiede una riflessione ulteriore o un allargamento di orizzonti.
🎬 WEAPONS
🏷 in sala dal 6 agosto con Warner Bros Italia
🎥 diretto da Zach Cregger







