È il mio quarto anno al Lido, e ogni volta mi chiedo la stessa cosa mentre scendo dal vaporetto pronta a ritirare l’accredito appena stampato: perché continuiamo a tornare. Quest’anno la risposta arriva prima del previsto, e arriva da un post diventato virale nei giorni della Mostra: una poltrona reclinabile, di quelle da salotto per anziani, offerta come posto letto a cinquanta euro a notte.
È l’immagine perfetta di cosa significhi oggi vivere Venezia 83 da dentro: una speculazione sugli affitti che ha trasformato il Lido in un mercato all’asta, dove dormire è diventato un lusso quanto vedere un film in anteprima mondiale. Eppure, ed è qui che il discorso si complica, tra la fila per l’accredito e la caccia disperata a un tetto per la notte, ci sono ancora quei centoventi minuti in sala buia che restano, inspiegabilmente, gratis (a parte il costo dell’accredito si intende).
Perché è lì che succede la cosa che nessun rincaro riesce a intaccare: l’esperienza di visione. Sedersi in una sala piena di sconosciuti arrivati da ogni parte del mondo, sentirli ridere nello stesso punto, trattenere il fiato nello stesso secondo, e uscire insieme in quel corridoio di luce accecante con addosso lo stesso groviglio di emozioni; è un’esperienza che internet non ha ancora imparato a replicare, per quanto ci provi. A volte capita di dividerla con chi il film l’ha fatto: vedere un regista o un’attrice due file più avanti, sapere che tra qualche minuto si alzeranno per il photocall, cambia il modo in cui guardi lo schermo.
E poi ci sono i momenti che non c’entrano nulla con la sala e restano comunque addosso: incrociare Liam e Noel Gallagher a un passo di distanza, fuori da un red carpet, e sentire comunque quella scarica elettrica anche se hai deciso di non buttarti nella calca per uno scatto o un autografo. Esserci, in quei momenti, è già una forma di partecipazione. Fa parte della storia di questa edizione, che piaccia o no.
Perché poi, certo, c’è la sostanza: i film. E qui devo essere onesta fino in fondo con quello che ho visto. Rispetto ad altre edizioni ho trovato meno film disposti a rischiare davvero, meno sguardi che provano a inventare un modo nuovo di stare dentro un’inquadratura o dentro una storia. Troppe proposte si sono appiattite su un’estetica che ormai riconosciamo a memoria, quella levigatezza da piattaforma, quella fotografia già vista, quella narrazione che sa esattamente dove vuole portarti prima ancora che tu ci arrivi. Un colpo al cerchio e uno alla botte, come si dice: film onesti, godibili, mai davvero pericolosi.
Ma dentro questo marasma di prudenza ci sono stati progetti per cui vale la pena aver rinunciato a dormire, aver preso la proiezione delle nove del mattino con gli occhi ancora impastati di sonno, aver ricostruito la sera al Chiringhito, tra un tramezzino e uno spritz, i pezzi di giornata che ognuno di noi aveva visto in ordine sparso, cercando di rimettere insieme un’esperienza collettiva fatta di frammenti individuali.
E se c’è una cosa che accomuna i film che mi hanno davvero colpita quest’anno, al di là dei generi e delle latitudini, è un fascio di ossessioni che tornano identiche da un continente all’altro: la redenzione come possibilità sempre sul punto di sfuggire, la coscienza politica delle guerre e delle disuguaglianze che continuano a scrivere le nostre vite anche quando fingiamo di non vederle, la fragilità della vita come valore da difendere invece che da dare per scontato, il bisogno dell’altro come unica forma di salvezza che ci resta. Un heist movie ambientato nel collasso economico del Libano, una storia d’amicizia tra due aspiranti disegnatrici giapponesi, un poliziotto italiano intrappolato nella propria burocrazia kafkiana: film diversissimi tra loro che finiscono per porre, ognuno a modo suo, la stessa domanda. Cosa ci rende vivi. Cosa ci rende, ancora, umani.
Torno a casa da questa Venezia 83 con la sensazione di aver visto un’edizione più cauta di altre, meno affamata di rischio, ma non per questo priva di senso. Forse è proprio in questo equilibrio incerto, tra un festival che fatica a trovare il proprio posizionamento e un pubblico che continua a pagare, letteralmente, pur di esserci, che si misura quanto ancora conti, per chi il cinema lo vive per mestiere e per passione, restare fisicamente dentro una sala. Non è nostalgia. È che certe cose, per ora, si possono ancora vivere solo così.







