Oasis: Don’t Look Back in Anger, o di quando la colonna sonora della tua adolescenza torna a suonare dal vivo
Devo dirlo subito, perché non riuscirei a scinderlo dal resto: ho pianto. E non credo sia un limite da ammettere con imbarazzo, ma il punto di partenza necessario per parlare di Oasis: Don’t Look Back in Anger, il documentario di Dylan Southern e Will Lovelace sul tour di reunion degli Oasis presentato Fuori Concorso a Venezia 83.
Chi appartiene a una generazione cresciuta con Liam e Noel Gallagher come colonna sonora non può guardarlo con la distanza critica che si userebbe per un concert-movie qualunque, perché quel suono, quelle canzoni, sono il tempo in cui ti sentivi onnipotente e al contempo un attimo lontana dal saltare nel burrone, in cui ogni emozione veniva provata all’ennesima potenza. Il film lo sa, e non prova a fingere il contrario: costruisce tutto sul presupposto che la musica, quando arriva al momento giusto della vita, smette di essere solo musica.
La reunion che racconta arriva dopo quindici anni in cui i due fratelli non si sono parlati, e il documentario non nasconde la distanza, non la addolcisce in un lieto fine facile: la mette in scena come il punto di partenza da cui ripartire, mostrando chi erano da giovani, ambizione, esuberanza, un carattere che sfiorava costantemente la rissa, e come quella stessa energia, decenni dopo, si sia trasformata in qualcos’altro senza perdere del tutto la propria natura.
C’è un momento in cui il film torna a Spike Island, al concerto degli Stone Roses del 1990 che Noel Gallagher ha definito lui stesso “the blueprint for my band”: i due fratelli raccontano di essere tornati a casa quella sera con l’idea fissa di mettere su un gruppo, di essersi chiusi in una stanza a scrivere le prime canzoni. È un’origine che il film sceglie di raccontare non come aneddoto da bignami del rock, ma come la prova che tutto quello che è successo dopo, il successo planetario, la rottura, il silenzio, è partito da un entusiasmo puro, quasi ingenuo, di due ragazzi che avevano appena visto qualcosa che li aveva cambiati.
Ed è proprio quella purezza che il documentario recupera parlando di Mani, lo storico bassista degli Stone Roses scomparso nel novembre del 2025, a cui il film dedica un tributo che non è di circostanza: sono stati loro, gli Stone Roses, a innescare il sogno dei Gallagher, ed è stato Mani, raccontano i due fratelli, a credere nel loro successo da sempre, senza invidia, senza quella competizione che nello star system musicale di oggi sembra quasi un’anomalia quando ne senti parlare. In un’epoca in cui spesso la musica passa in secondo piano rispetto alla fama e alla propria immagine da costruire, sentire raccontare un rapporto così libero da calcolo restituisce il senso di che cosa fossero gli Oasis quando sono nati, e di cosa abbiano rappresentato per il loro pubblico, prima quello di Manchester e poi quello del mondo intero.
C’è poi una cura del suono che racconta da sola la materia di cui è fatto il film. Nella scena delle prime prove per questo nuovo tour, prima che Liam entri in sala, il montaggio costruisce l’attesa quasi soltanto sul sonoro: gli accordi che si accavallano nervosi mentre il resto della band aspetta, e poi quella soglia, la porta che si apre, che diventa il punto di svolta dell’intera scena.
Da lì in poi il montaggio alterna con equilibrio i commenti a caldo dei protagonisti, materiale d’archivio usato con parsimonia, giustamente poco e mai per riempire, e le riprese dei concerti veri e propri, dove pezzi come Wonderwall e Don’t Look Back in Anger, insieme alle altre canzoni ormai entrate nella memoria collettiva, arrivano con tutto il peso della loro storia, senza bisogno che nessuno glielo debba sottolineare.
Il film è bravo a non ridurre quella storia a una vicenda di due soli protagonisti. C’è spazio, ed è giusto che ci sia, per Paul “Bonehead” Arthurs, il chitarrista che ha dovuto fermarsi durante il tour per curarsi da un tumore, e la sua presenza nel racconto ricorda che dietro la leggenda dei fratelli che litigano e si riconciliano c’è sempre stata una comunità intera, fatta di musicisti che quella magia l’hanno resa possibile senza mai finire sui titoli dei giornali.
E poi c’è il pubblico, che il film inquadra sempre più spesso man mano che il tour prosegue città dopo città: un uomo che racconta di aver tirato fuori dall’armadio la sua polo Fred Perry, la stessa indossata da Liam Gallagher, tenuta pronta per anni proprio per un momento come questo. È una scena piccola, ma dice tutto quello che il film vuole dire sull’eredità di una band: non un culto nostalgico, ma un’appartenenza che si porta addosso, letteralmente, in attesa che arrivi il momento giusto per indossarla di nuovo.
Guardare Oasis: Don’t Look Back in Anger significa quindi accettare di essere catapultati indietro, in quell’adolescenza in cui certe canzoni sembravano parlare solo a te, e allo stesso tempo scoprire che quella stessa musica continua a parlare a chi oggi ha vent’anni e all’epoca non c’era. Non è un film che chiede distacco critico, ed è giusto così: è un film che chiede di essere attraversati, ancora una volta, dalla stessa scarica che si prova a sentire un accordo che si riconosce a occhi chiusi.
Il film distribuito da Disney è arrivato da Venezia direttamente in sala, non aspettare troppo per vederlo.







