Boots Riley è il frontman del gruppo hip-hop dei Coup, il regista di titoli apprezzati come Sorry to Bother You, I’m a Virgo e questo I Love Boosters ma soprattutto un comunista. No, non è una battuta. Tutti i suoi film – e presumo anche la sua musica – sono infatti intrisi e informati dall’ideologia nata dal pensiero scaturito dagli scritti di Karl Marx, e si può aggiungere che questa adesione non sia meramente di pancia ma è nutrita da studi filosofici approfonditi.
Alla Festa del Cinema di Roma Riley porta un film coloratissimo, saturo di tinte pastello, che è tanto un saggio di critica anticapitalista quanto una commedia al fulmicotone che nella sua parte finale diventa un heist movie con tanto di villain in stop motion.
La trama: Corvette (Keke Palmer), aspirante stilista, guida una banda di taccheggiatrici professioniste, i booster del titolo, che rubano alle boutique di lusso e rivendono a prezzi stracciati a chi non potrebbe permettersi nulla. Accanto a lei le amiche colleghe di furto Taylour Paige e Naomi Ackie, obiettivo della sua rivalsa una stilista spietata, talentuosa e decisamente megalomane, a sostenerla anche una rivale cinese e infine a farle un corto un personaggio surreale interpretato da LaKeith Stanfield. Il risultato sarà una guerra senza quartiere, furiosa, stralunata e fantascientifica, ma sopratutto volta alla riflessione.
È inutile girarci troppo attorno. I Love Boosters è uno di quei film sbilanciatissimi, pieni zeppi di idee visive e concettuali, ben poco interessato a sviluppare una trama coerente e molto più tendente alla riflessione, alla chiamata alle armi, alla boutade e al continuo ribaltamento.
Tanto per citare qualche elemento esplicativo, la stilista interpretata da una divertita Demi Moore vive in un palazzo inclinato e si muove dunque di conseguenza; le boutique che vendono la sua collezione sono rigorosamente monocromatiche – dunque anche locali e dipendenti (tra cui un saccente Will Poulter) condividono l’obbligo cromatico; le nostre eroine a un certo punto entreranno in possesso di un congegno sperimentale che permette trasformazioni basate sulla triade hegeliana di tesi-antitesi-sintesi.
Quindi se non si rimane ammirati davanti alla fotografia di Natasha Braier, che abbraccia i colori primari e scenografie a metà strada tra Brazil, Pee-wee e TikTok, o agli effetti volutamente finti, tra stop-motion e miniature, e non si asseconda un ritmo decisamente indiavolato (colonna sonora dei Tune-Yards costantemente arrembante), il film può tranquillamente essere respingente, confusionario e ben poco accogliente.
Il messaggio è anticapitalista, senza sconti e compromessi, tanto da citare Marx in varie declinazioni, e riesce nel miracolo di restare lontano dal sermone, includendo organicamente tutte le idee nel tessuto macchina del film: il mondo della moda è vivisezionato in maniera originale, tra prezzi, brand e modalità di sfruttamento, fino a toccare anche temi come delocalizzazione.
Inoltre è molto rinfrescante la rappresentazione del mondo black lontanissima da ogni stereotipo: le ricettatrici sono lavoratrici con una propria morale e una motivazione forte, e il film le rende protagoniste molto loquaci e sopratutto consapevoli di una lotta di classe .
Bisogna però ammettere che nel finale c’è un calo notevole e la regia non sembra affatto in grado di gestire azione, inseguimento e conclusioni concettuali: il film perde un po’ di mordente e di vitalità, e si perde molta dell’inventiva che aveva caratterizzato le parti precedenti. Un vero peccato, perché il cinema di Boots Riley e vale decisamente la pena recuperarlo.







