Quanto sappiamo davvero della vita degli altri, se non siamo noi a viverla? È la domanda che mi sono portato fuori dalla sala dopo Un jeu dangereux. E più ci penso, più mi convinco che sia la domanda che il film voleva lasciarmi addosso.
Dietro la macchina da presa c’è Karine Silla, che porta al cinema il libro Qui ne dit mot consent di Alma Brami. Davanti ci sono Valeria Bruni Tedeschi, Vincent Perez compagno della regista anche nella vita, e Zahia Dehar: tre attori, una villa estiva lontana da tutto e un equilibrio di coppia che dura da vent’anni. Basta poco per farlo saltare.
La premessa è semplice, ma meno di quanto sembri. Marito e moglie hanno un patto: lei gli concede di passare del tempo con altre donne, non necessariamente amanti, a volte storie occasionali. Questa volta lui porta a casa una collega di lavoro, più giovane e sensuale. Tra desiderio, gelosia e cose non dette, la situazione comincia a scivolare. Lui si presenta come il marito che si prende cura della moglie malata. O almeno, questo è quello che racconta.
Il bello del film è che non ti dice mai cosa pensare. Noi vediamo tutto mentre accade, sappiamo più di chiunque provi a giudicare questa coppia dall’esterno. Eppure, quando lei si trova davanti a chi le spiega cosa le sta succedendo, la sua risposta spiazza: voi non vivete la mia vita, la state solo ascoltando. A me va bene così.
Quella frase è tutto. Perché il film ci mostra un uomo che manipola, che controlla, che decide per lei. Lo vediamo, non possiamo far finta di no. Ma lei rivendica la propria scelta, e lo fa con una lucidità che ti toglie ogni appiglio. Un jeu dangereux non prende posizione, e costringe anche noi a non prenderla. O meglio, ci costringe a chiederci con che diritto lo faremmo. Alla fine, forse è giusto stare dalla sua parte. Non perché quello che vive sia giusto, ma perché in quella frase c’è una consapevolezza. Chi siamo noi per dire a qualcuno cosa va bene per la sua vita?
La regia di Silla è ottima, e a un certo punto ti accorgi che è anche molto presente. In alcuni momenti la macchina da presa la senti. E succede sempre nello stesso momento: quando siamo noi a spiare la coppia. E allora non è un difetto, è una scelta. La macchina si fa sentire per ricordarci che stiamo guardando dentro una casa che non è la nostra, dentro una vita che non è la nostra. Ci rende guardoni. E un film che parla di quanto poco possiamo sapere degli altri, e non poteva trovare un modo più onesto per dircelo.
Il film si regge sui suoi tre protagonisti, e tutti e tre sono bravissimi. Vincent Perez costruisce un marito di cui non riesci mai a fidarti del tutto, ed è proprio questo a renderlo interessante. Zahia Dehar entra nella villa come un corpo estraneo e manda in crisi un equilibrio che sembrava indistruttibile. E poi c’è Valeria Bruni Tedeschi. Brava, come sempre. Ma porca miseria, le fanno fare sempre la stessa parte. Da La pazza gioia in poi il cinema sembra non riuscire a immaginarla in un altro modo: donne fragili, instabili, che non riescono a vivere una vita normale. Non è lei a non mettersi alla prova. Da regista ha dimostrato più volte di avere molto altro da dire, l’ultima con Forever Young. È il cinema che continua a chiederle sempre la stessa cosa. Qui lo fa bene, benissimo, ma la sensazione di già visto c’è.
Un jeu dangereux (presentato alla Festa del Cinema di Roma) è un film raccolto, tre attori e una villa, che non ha bisogno di altro per mettere in scena il suo gioco. E il gioco più pericoloso non è quello tra marito, moglie e ospite. È quello che il film fa con noi: ci mette davanti a una vita che non capiamo, ci dà tutti gli elementi per giudicarla, e poi ci toglie il diritto di farlo.
Alla fine resta la domanda dell’inizio: quanto sappiamo davvero della vita degli altri? Forse molto meno di quanto pensiamo. E forse va bene così.







