Dopo i due passi falsi rappresentati da Siccità e Un altro ferragosto, caratterizzati anche da un notevole e insolito pessimismo, Paolo Virzì torna al cinema con un’opera più speranzosa, attorniato da un paio di collaboratori abituali alla scrittura, ovvero il fratello Carlo e Francesco Bruni.
Cinque secondi è tuttavia una strana bestia cinematografica, lontana dagli esiti migliori del cinema di Virzì – che forse non torneranno più – eppure a suo modo riuscita grazie al solido mestiere del cast artistico.
Protagonista della storia è Adriano Sereni (il solito umanissimo Valerio Mastandrea, che regge buona parte del film sulle proprie spalle: burbero e scontroso, lo troviamo asserragliato e quasi accampato in una villa toscana abbandonata, roso da un dolore che non lo lascia e che gli ha fatto perdere la voglia di vivere. A ridestarlo l’arrivo di un gruppo di giovani, inizialmente mal sopportati, che hanno occupato abusivamente la confinante tenuta per recuperarne i vigneti trascurati.
Cinque secondi esibisce abbastanza platealmente due anime che fanno parecchia fatica a conciliarsi, come è già intuibile da questo accenno di trama. Da una parte la linea comica e tenera che scaturisce dall’incontro tra il barbuto Adriano e i giovani agronomi, mezzi hippy ma in realtà plurilaureati, che ha un taglio di commedia che copre uno spettro che va dall’imbarazzo del paternalismo delle battute alla goffaggine con cui tratta certi tendenze moderne (la queerness, per dirne una su tutte).
Non aiuta poi un cast di figurazioni fuori fuoco, con un gruppetto di ragazzi che sembrano appena usciti da una sfilata Benetton, frutto di una caratterizzazione stereotipata e idealizzata, una comune come la potrebbe immaginare un elettore entusiasta del Pd.
Epitome di questo versante del film la figura di Matilde, interpretata da Demetra Bellugi, contessina livornese decisamente sopra le righe, prona a vulcaniche esplosioni di ira stemperate da altrettanto subitanee dimostrazioni di amorevolezza. Talmente ruvida da sembrare aleatoria nelle sue esternazioni, come se fosse un personaggio ancora in bozza, come la parte dell’opera di cui è protagonista, tanto che il suo arco narrativo è indefinito.
Ma è la seconda parte, quella che prende avvio quando poco a poco si svela il mistero dietro l’afflizione del fu avvocato Adriano, a convincere e a riparare almeno in parte ai danni della prima (che comunque, qui e là, qualche risata la strappa in primis per le smorfie di Mastandrea). Si tratta di un melodramma purissimo, a tratti struggente, che riguarda un contrasto famigliare e una tragedia imprevista – non facciamo spoiler per non guastare la sorpresa.
È in questo frangente che si nota tutto il mestiere degli sceneggiatori, esemplificato nel personaggio di Giuliana (una grande Valeria Bruni Tedeschi, lontana dalla maniera di Duse), socia/amica di Adriano. L’attrice compie un complesso lavoro di sfumature su un personaggio malinconico, energico e sempre con un sorriso triste sulle labbra, che nasconde dolore e rimpianti dietro l’allegria vitale platealmente ostentata. Sono piccole pennellate che donano spessore a quello che è in definitiva un personaggio secondario, cucito però perfettamente sulle capacità interpretative di Tedeschi.
Allo stesso modo il racconto dello strazio di Adriano, il suo desiderio di solitudine, i sensi di colpa, i tentativi di riavvicinamento sono maneggiati con invidiabile tecnica scrittoria. Non è che il melodramma legal non sia scontato, ma gli ingranaggi girano alla perfezione, oliati, senza cedere all’eccesso, risultando maturo e toccante nel ritratto di un uomo di gran dirittura morale, in grado di prendersi le proprie responsabilità fino in fondo.
Meno convincente il commento sonoro affidato ai due Virzì, sottolineature sovrabbondanti e troppo presenti che appesantiscono le immagini, doppiandone il significato con un effetto di raddoppio emotivo. Similmente la fotografia di Luca Bigazzi si lascia andare a tramonti e giochi di luce un po’ stucchevoli, sicuramente funzionali alla storia raccontata ma privi di sottigliezze.
Ma in fin dei conti Cinque secondi è proprio questo, un melodramma potente per quanto grezzo, non levigato, su cui è malamente innestata una traccia comica. Eppure il film merita più di uno sguardo attento, fosse solo per lo sguardo nient’affatto conciliante che posa sul mondo degli adulti.







