La firma di Boris non basta
Sono passati quasi quattro anni dall’ultima stagione di Boris. Abbastanza per sentire la mancanza di Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo, due degli autori che meglio hanno raccontato i vizi e le contraddizioni dell’Italia. Ora tornano con Il ministero dell’amore, presentato alla Festa del Cinema di Roma e in arrivo su Prime Video il 18 dicembre. E la domanda viene da sé: basta ritrovare la loro firma per ritrovare anche la loro ironia?
L’idea, sulla carta, ha un potenziale enorme. Aldo, interpretato da Pif, è un cronista parlamentare che passa le sue giornate tra i corridoi della politica romana. Quello che non sa è che un governo ce l’ha anche dentro la testa. Un vero e proprio consiglio dei ministri decide ogni sua scelta. C’è il ministero degli esteri e quello della cultura, ma anche ministeri che nella realtà non esistono, come appunto quello dell’amore. Ogni ministero è un personaggio con una personalità ben precisa, e ognuno tira dalla sua parte.
Il paragone con Inside Out arriva subito, e anche quello con il più recente Follemente di Paolo Genovese. Pixar metteva nella testa della protagonista le emozioni, Genovese dava quattro voci a ciascuno dei suoi due protagonisti. Ciarrapico e Vendruscolo invece ci mettono un intero Governo. Ed è una scelta che ha senso: un uomo che di mestiere racconta la politica finisce per governarsi come quella politica che racconta. Crisi di governo comprese. Il film è piacevole, si lascia guardare e non si prende mai troppo sul serio.
Nel cast ci sono Corrado Guzzanti, Pietro Sermonti, Angela Finocchiaro, Alessandra Mastronardi e tanti volti che chi ha amato Boris riconoscerà al primo sguardo. Tutti funzionano. Eppure c’è qualcosa che stona.
Per capire cosa, bisogna tornare a Boris. Boris faceva ridere perché conosceva benissimo il mondo che raccontava. Il set era vero, quello che succedeva nella serie era vero. Chiunque abbia messo piede su un set ci ritrovava le sue giornate. Prima venivano le situazioni, e poi ci si costruiva intorno la storia. Il ministero dell’amore fa il percorso opposto. Prima c’è l’idea, l’intuizione del governo interno, e poi si cercano le situazioni per riempirla. E si vede. Si vede nella politica, prima di tutto. Il film ne parla continuamente, ma non va mai oltre i classici discorsi da bar. Osservazioni superficiali, discorsi sterili, nessuna vera presa di posizione. Boris il suo mondo lo conosceva dall’interno, e per questo poteva morderlo. Qui la politica sembra guardata da fuori. Un film che non si prende troppo sul serio va benissimo. Un film di satira che non prende mai posizione, molto meno.
Si vede nelle gag. Una situazione vera fa ridere perché la riconosci. Una situazione costruita per servire un’idea invece deve affidarsi tutta ai tempi comici, e qui i tempi comici non ci sono. Le battute arrivano, ma non esplodono mai. Anche perché la regia non aiuta. È una messa in scena molto televisiva e poco cinematografica: campo e controcampo, luce uniforme, ambienti che sembrano scenografie da studio. La comicità ha bisogno di ritmo, e una messa in scena così piatta finisce per spegnerla.
E si vede, soprattutto, nella storia d’amore tra Aldo e Claudia. Tra Pif e Mastronardi non c’è chimica, e la sceneggiatura non li aiuta. Nel giro di tre scene si passa da un litigio a lei che gli chiede di lasciarsi, e poi a lei che bacia un altro. Tutto tremendamente veloce. Non c’è il tempo di credere a questa coppia, e se non ci credi non ti importa nemmeno quando va in pezzi. Lo stesso vale per il cast. Ogni attore ha una personalità fortissima, ogni ministero ha un ruolo fondamentale. Sulla carta è un pregio, sullo schermo diventa un problema. È un film corale in cui tutti sembrano protagonisti, e quando tutti sono protagonisti, nessuno lo è davvero.
Messi in fila, questi problemi raccontano la stessa cosa. Troppa confusione, troppe cose che succedono in fretta per rientrare nel minutaggio. Il ministero dell’amore nasce da una pièce teatrale di Ciarrapico, Stare meglio oggi, e nel passaggio al cinema sembra non aver mai trovato la sua forma. Il governo interno di Aldo avrebbe avuto bisogno di puntate: per conoscere i ministri, vederli litigare e capire davvero come lavorano. Avrebbe avuto bisogno di diventare una serie. Il paradosso è che ha l’estetica di una serie, ma non il tempo di una serie. E con gli autori di Boris, che con una serie avevano preso in giro proprio la televisione fatta male, questa cosa pesa ancora di più.
E quindi, basta ritrovare la firma di Vendruscolo e Ciarrapico per ritrovare un’ironia ormai seppellita? Secondo me no. Perché l’ironia di Boris non veniva dalla firma. Veniva dal mondo che raccontava.
Il ministero dell’amore ha un’idea. Quello che gli manca è un mondo da raccontare.







