Cominciamo col dire che additare le cadute e le mancanze di Brianza non è lungimirante, se si è fautori della tanto auspicata rinascita del cinema italiano, a partire soprattutto da un ritorno a storie popolari che possano interessare e avvincere una larga fetta di pubblico italiano.
Il cartello iniziale del film, presentato alla Festa del Cinema di Roma 2026, avverte infatti che la storia è liberamente ispirata a fatti realmente accaduti – ed è il caso di sottolineare quel “liberamente”, dato che il regista Simone Catania, qui al secondo lungometraggio, prende il dato di cronaca ma lo riutilizza per raccontare una storia molto più interessante del true crime di partenza.
2009, la crisi economica stringe, e persino nella ricca Brianza qualcuno piange. Il film prende l’avvio dall’incrocio tra due piccoli imprenditori, Giorgio Farina, erede di una rinomata armeria, sommerso dai debiti a causa di un investimento spericolato sbagliato, e Alberto Fumagalli, titolare di dodici stazioni di servizio e in guerra con una multinazionale. Questi, in un attimo della tipica follia ed estrosità che lo caratterizza, ritira tutto il contante dai conti e lo nasconde nella cassaforte di Giorgio, in attesa di portarlo oltreconfine.
Il film riprende in una tendenza recente del nostro cinema: trovare un fatto di cronaca e astrarlo, scioglierlo nel genere fino a ricavarne un apologo, come Garrone ha fatto con Dogman, oppure il più recente La Gioia di Nicolangelo Gelormini (ma i casi sono tanti).
Qui si incrociano il western brianzolo, la commedia nera, il dramma e il crime – con i fratelli Coen e Monicelli selezionati nelle note di regia come numi tutelari – arrivando a metter in scene una favola amara sull’Italia che si finge prospera, in cui le apparenze sono tutto ma al di sotto di queste ribolle un sentimento di rivalsa e forse di cupio dissolvi in un Paese a corto di soldi, di vergogna e di dirittura morale.
L’ambizione di Brianza è grande e la regia non sempre riesce a sostenerla, a dire il vero: il film vuole far ridere con la satira, a volte fin troppo facile, vuole inquietare con un dramma in cui c’è una sorta di seduzione ai limiti dell’omoerotismo, molto minacciosa e allo stesso tempo ridicola (siamo nei territori de L’imbalsamatore), vuole essere una panoramica spietata e feroce sul territorio, e tenere insieme tutto con spruzzate surreali. L’equilibrio arriva a tratti, il ritmo ne risente e se la prima parte tutto sommato fila la seconda è meno precisa e deve arrivare a un finale già scritto.
Buona parte della riuscita si deve però al gioco attoriale tra i due protagonisti Paolo Pierobon, istrionicissimo, e la garanzia Fausto Russo Alesi, dimesso come il suo omologo di American Beauty: i due si divertono e divertono, e fanno da necessario collante.
Sul piano visivo le trovate interessanti convivono con momenti di confezione troppo pulita, troppo levigata per una storia che parla di sporcizia morale. La colonna sonora, con le musiche di Victor Hugo Fumagalli, imprime fin da subito un’atmosfera western che il film coltiva anche quando appare più una patina che una reale connessione logica ed emotiva.
In ogni caso Brianza sceglie un territorio poco frequentato dal cinema italiano, si prende dei rischi non da poco e si merita di essere sostenuta anche quando qualche battuta cade a vuoto, la scena non incide o qualche personaggio è meno centrato di altri. Se ci sono riserve è anche perché le promesse sono tante e l’opera non può mantenerle tutte – e in due ore di durata ciò è un peccato vero. Ma ci dobbiamo sempre accontentare dell’usato garantito?







