Germania anno 0. O almeno il 1949 è tale per Thomas Mann, il protagonista di Fatherland di Pawel Pawlikowski, il quale torna nella terra madre del titolo dopo oltre 15 anni, avendo scelto la strada dell’esilio per pura necessità. Lo accompagna la devota figlia Erika (di cui in realtà scopriremo l’indipendenza di pensiero), con destinazione sia Francoforte che Weimar – un tour, insomma, nella Germania vincitrice occidentale e quella a trazione comunista.
Sostanzialmente il film è la cronaca di una gara di rivendicazione del grande letterato da parte delle due Germanie, mentre i protagonisti affrontano un lutto gravissimo. Un impianto narrativo semplicissimo per una pellicola d’autore austera, stringata (82 minuti!) e severissima che a conti fatti è quasi un on the road d’annata.
Mann rappresenta il feticcio della legittimazione culturale da parte dei due blocchi, l’esemplare più fulgido di una cultura tedesca che ha decisamente rifiutato il nazismo ma che forse – lo osserviamo nella reazione della figlia – non è così pronta a entrare nella civiltà moderna, appesantita com’è da un armamentario ideologico e retorico classico, forse inutilmente passatista.
A Pawlikowski interessa mettere in scena questa strumentalizzazione con la sua solita precisione registica, tanto che sul piano formale Fatherland è esattamente il film che ci si aspetta da lui – e questo, a seconda dei punti di vista, può essere un complimento o un annotazione di biasimo. E quindi: bianco e nero di Łukasz Żal all’insegna di una cura maniacale, quasi feticistica, dai contrasti morbidi, con penombre dense e la solita eleganza controllatissima; formato quadrato, inquadratura fissa e ben composta, i personaggi relegati nella parte bassa del quadro, come schiacciati dalla Storia o dalle circostanze.
Insomma, dal celebratissimo Ida in poi nella filmografia del polacco c’è una ieraticità nella messa in scena, una compostezza quasi liturgica, che conferma Pawlikowski debitore ed erede un po’ di Bresson e un po’ di Dreyer, con quel tanto di freddezza clinica che lo rende avverso a chi dal cinema d’autore pretende anche un po’ di partecipazione emotiva. Non è davvero un caso che il film si sia aggiudicato il premio per la miglior regia al Festival di Cannes.
Masse festanti, bambini e adulti in coro, burocratici, giornalisti, ammiratori e detrattori, tutti sono filmati allo stesso modo, con lo stesso distacco che Mann esibisce nei confronti dei due schieramenti in gioco. D’altro canto il tema del film, la domanda che pone è tanto semplice quanto eterna: a cosa serve la cultura, di fronte all’enormità di una tragedia storica che ha da poco cancellato milioni di vite? Lo scrittore, che probabilmente sa di essere, in fondo – tanto inutile quanto necessario, un utile idiota di grandissimo prestigio – pare porsela in silenzio e così facendo lascia che sia lo spettatore a darsi la propria personale risposta.
Le interpretazioni sono la ragione per cui questo dispositivo così scarno e in fondo accademico (sia nel contenuto che nella forma) riesce a reggersi in piedi: Hanns Zischler titaneggia nei panni di un Mann dalla compostezza quasi disumana, un uomo che ha fatto della propria autorità una corazza permanente, capace di restare impassibile persino di fronte alla morte del figlio; la sempre eccellente Sandra Huller, che qui incrocia sia il contro che l’esplosione, incarna un’Erika che parte pungente ma educata, trattenuta con sforzo, per poi lasciare deflagrare tutta la rabbia sedimentata contro il narcisismo del padre – e probabilmente la sua ombra lunghissima e pesante.
Il finale, che non si può svelare, è il momento della riconciliazione di questi due personaggi – istanze, momento di rara potenza e suggestione, e Pawlikowski costruisce l’intero film in sua funzione, dato che incarna alla perfezione l’ambivalenza tra bellezza e rovina, fede e dubbio, portata avanti dal resto della pellicola. .
Fatherland in fondo è un film d’autore confezionato con tutti i crismi del caso ma proprio questa sua perfezione estremamente calcolata elimina dall’equazione l’imprevidibilità che rende un’opera palpitante. Si tratta di cinema intellettualmente denso, da ammirare più che da attraversare, la massima espressione delle capacità di un cineasta che ha trovato in via definitiva la propria voce e che la esercita con una sicurezza tranquilla – fin troppo tranquilla? – di chi sa di non aver più nulla da dimostrare. Al pubblico capire se questa voce ha anche qualcosa da suggerire…







