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La gioia: recensione

la gioia recensione poster

Negli ultimi tempi il cinema italiano sembra aver scoperto una sorta di punto G: Gloria!, La Grazia, L’arte della gioia, e infine ecco arrivare questo La gioia. Facezie a parte, la seconda opera di Nicolangelo Gelormini dopo l’apprezzato ma sfortunato Fortunata – abbiamo finito con le battute, promesso – arriva finalmente in sala dopo la presentazione alle Giornate degli Autori durante l’ultima Mostra del Cinema di Venezia

La gioia è un film che con ogni probabilità si potrebbe apprezzare maggiormente ignorando il caso di cronaca, o il relativo spettacolo teatrale, da cui è tratto, dato che molte dinamiche tra i personaggi risultano più interessanti e affascinanti, in quanto tipiche di un melodramma impossibile, senza conoscerne l’esito finale. Una certa aria di mistero, dunque, gioverebbe a quest’opera che per alcuni versi ricorda narrazioni come quelle di Emmanuel Carrère in cui i personaggi si prestano quasi volontariamente a un autoinganno che li porta in territori liminali molto pericolosi.

Gelormini infatti ha realizzato un’opera che si concentra sulla natura ambigua del desiderio e soprattutto della sua frustrazione, nonché sul vuoto ideologico e valoriale della società in cui abitiamo, amplificato dall’ambientazione nella claustrofobica provincia torinese, che come conseguenza sfocia nell’esercizio della violenza. “Un oscuro scrutare” la si potrebbe definire, citando un autore come Philip Dick caro per l’appunto a Carrère.

La pellicola si basa per sulla deflagrazione che avviene quando si incontrano due mondi alieni l’uno all’altro. Da una parte c’è Valeria Golino, che dismessi i panni di Goliarda Sapienza interpreta per l’appunto l’eponima Gioia, professoressa di francese di mezza età che vive ancora i genitori, in special modo una madre che la tratta come una bambina – e che non ha mai conosciuto la passione nella sua vita. Saul Nanni invece è Alessio, uno studente della sua scuola che rappresenta tutto ciò che Gioia non è: bellissimo, sfrontato, fluido nel senso più moderno del termine, privo di scrupoli e preoccupazioni nella sua costante ricerca della soddisfazione immediata del proprio piacere.

Non giova ad Alessio la presenza nella sua vita della madre Carla (una Jasmine Trinca mai così sensuale e così divertita nell’esagerazione), cassiera sfaccendata che pensa solo ai vestiti e con cui ha un morboso rapporto edipico, nonché del suo viscido amico Cosimo – l’efficacissimo Francesco Colella – con cui intrattiene una relazione sessuale mordi e fuggi.

Tra Alessio e Gioia nasce così una relazione dai contorni ambigui che per lei rappresenta la prima e forse ultima possibilità di vivere un amore totale e forse un rapporto salvifico, mentre per il ragazzo potrebbe trattarsi dell’ennesima sfruttamento altrui o dell’unico modo per farsi vedere e vivere per ciò che è realmente.

Se la vicenda esula dalla retorica del true crime è proprio per il modo in cui Gelormini la mette in scena, ovvero con un linguaggio formalmente molto ricercato a base di zoom improvvisi, un montaggio schizofrenico e una grande cura nella costruzione delle inquadrature in ambienti magistralmente scelti, affiancando momenti surreali e onirici – per esempio il primo bacio dei due – a sequenze musicate che potrebbero essere uscite da un film romantico degli anni ’80.

Il film inoltre insiste molto sull’aspetto carnale e fisico di questo rapporto, concentrando lo sguardo sulla gestualità dei personaggi, sui loro sguardi prolungati e sulla tensione che li attraversa, donando una dimensione indefinita e ambigua al rapporto dei protagonisti che sfocia nell’impossibilità di stabilire una verità certa su quanto avvenuto tra i due (un mix di tenerezza, riconoscimento reciproco, sfruttamento, manipolazione e sottomissione).

A dare corpo a queste sensazioni l’interpretazione fenomenale di Valeria Golino, che scompare nella sua mise di bruttina stagionata dai maglioni e occhialoni respingenti, dolce ma inquietante nei suoi scatti da bambina mai cresciuta; ma non delude neanche il luciferino Saul Nanni, disperatamente consapevole del percorso autodistruttivo su cui si sta instradando ma incapace di deviare da quella strada.

Dove La gioia potrebbe risultare meno riuscito è nell’insistenza in alcune scene su toni grotteschi, ma soprattutto nella velocità percepita con cui scivola dal melodramma raffreddato alla tragedia, dando l’impressione che sia stato tralasciato un passaggio fondamentale nella progressiva metamorfosi finale dei due protagonisti.

In definitiva La gioia è un’opera che richiede una certa partecipazione e impegno allo spettatore, anche per il modo empatico ma raggelato con cui inquadra i suoi personaggi, figure che esibiscono ferite profonde dalle quali sin dal principio non hanno possibilità di guarire – neanche attraverso un incontro all’apparenza fatidico e salvifico.

Autore

  • Alessio Cappuccio

    Alessio Cappuccio si è laureato in Letteratura Moderna presso l'Università degli Studi di Milano con una tesi sulla trilogia dei colori di Krzysztof Kieslowski.

    Nel frattempo ha iniziato a scrivere sul portale di informazione web Blogosfere nella sezione spettacoli, per cui è stato anche inviato durante la Mostra Internazionale del Cinema di Venezia e la Festa del Cinema di Roma.

    Nel corso della sua carriera ha lavorato e collaborato con una serie di realtà editoriali come Leonardo.it, Triboo, Studentville, ScuolaZoo, Milano e Roma Weekend, Londra da vivere spaziando dalla politica al tempo libero, la scuola, le nuove tecnologie, con un occhio di riguardo al cinema, sua vera passione.

    Dopo un Master in Critica Giornalistica presso l'Accademia d'Arte Drammatica Silvio D'Amico, e una parentesi da videomaker, si è trasferito in pianta stabile a Roma, dove co-dirige Popcorn&Podcast, il più grande e autorevole podcast di cinema dell'universo.

    In genere non parla di sé in terza persona.

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Data pubblicazione: 02/12/2026
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