Che ci si possa credere o meno, esiste un sottile doppio filo conduttore che lega Missione Shelter, il nuovo film di Ric Roman Waugh che è anche il cinquantanovesimo ruolo accreditato per Jason Statham – e che vedremo al cinema dal 18 febbraio con 01 Distribution e Leone Film Group – con niente meno che il chiacchierato Hamnet – Nel nome del figlio, di Chloé Zhao.
Non soltanto condividono la giovanissima Bodhi Rae Breathnach che ha preso parte in entrambi i film, back-to-back, illuminando la scena con classe cristallina e talento da veterana, ma anche il comparto scenografico. Al punto che i materiali di cui è fatto il decrepito faro situato nelle coste scozzesi, ovvero la dimora isolata in cui vive il misterioso Mason (Statham) lungo tutto il primo atto, alla fine di quel blocco di riprese furono poi spediti in Inghilterra in modo da contribuire alla contemporanea lavorazione del film da Oscar di Zhao.
Una curiosità che sicuramente è la più interessante per Missione Shelter, ma nemmeno l’unica perché in realtà, per come il concept fu delineato in origine, avremmo dovuto vedere un film leggermente diverso. Quando la Black Bear Pictures – che del film finito si è poi occupata della distribuzione in territorio statunitense – si presentò al Cannes Film Market di due anni fa alla ricerca di compratori che volessero investire nel soggetto di Ward Parry con la presenza già certa di Statham nel doppio ruolo di interprete principe e produttore con la sua Punch Palace Productions, lo fece proponendo Baltasar Kormákur in cabina di regia. E con lui, a differenza della Scozia fotografata da Waugh in tutto il suo splendore ecologico incontaminato e senza filtri, l’ancora più remota Islanda come arena scenica.
Piccole cose – è vero – quasi impercettibili, eppure rilevanti perché mai come in questo caso, da Kormákur a Waugh, autori diversi fanno contesti diametralmente opposti. E la differenza si vede, perché è proprio la fervente anima squisitamente british a rendere Missione Shelter un action-thriller degno di menzione, specie nel modo in cui questa va ad amalgamarsi al corpo scenico di Statham. Un’unione atipica di per sé che si potrebbe perfino definire inedita se rapportata agli ultimi lavori a cui Statham ha preso parte in tempi recenti.
L’aura da super-uomo degli ultimi capitoli esponenzialmente sopra le righe della saga di Fast & Furious asciugata quasi del tutto – o per meglio dire “mascherata” – nel dittico operaio di David Ayer a firma Warner Bros (The Beekeeper, A Working Man), trova in Missione Shelter una disgregazione totale e definitiva in favore di un registro più asciutto e lucido.
È il realismo a far da padrone nel film di Waugh, ora nelle coreografie delle sequenze action, ora nell’assenza di esplosioni pirotecniche e caotiche, ora – soprattutto – nel taglio introspettivo e crepuscolare delle caratterizzazioni offerte: vivide, autentiche, che raccontano di un uomo rotto che ha scelto deliberatamente l’autoesilio in modo da scendere a patti con le conseguenze degli errori del passato – poi riaffiorati dall’intreccio del racconto – e una ragazza già donna che ha visto di colpo reciso quel che era rimasto delle sue radici familiari. L’unione sconclusionata dettata dal caso intessuto dalla sceneggiatura di Parry, riecheggiante per dinamiche e sviluppo ai moderni archetipi inquadrati da Logan – The Wolverine e The Last of Us, li rende nuovamente vivi e compiuti.
In definitiva, più che un nuovo inizio, quello di Missione Shelter è un vero e proprio ritorno al passato per il quasi sessantenne interprete marziale britannico. Nello specifico al Guy Ritchie degli esordi di Lock & Stock e Snatch della fine degli anni Novanta con cui condivide – più che il registro da commedia a tinte pulp esagerata e divertita – la semplicità di mezzi e gli intenti immediati e diretti. Opere immortali che hanno saputo resistere bene la prova del tempo in cui Statham non interpretava super-uomini inafferrabili e letali, ma dei comunissimi mascalzoni in cerca di occasioni facili con cui sbancare il lunario.
Un film sorprendente, Missione Shelter, una mosca bianca di minimalismo e tempi ragionati in un panorama action piuttosto desolante e stereotipato nel suo vivere ormai esclusivamente soltanto di adrenalina e ritmi sostenuti, che magari dividerà pure critica e pubblico, ma che di certo merita tutto il tempo e la considerazione possibile.







