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Hamnet: recensione

HAMNET

È difficile immaginare un genere più frequentato dal grande cinema popolare, almeno in tempi recenti, del biopic. E sì, nonostante i galloni di nobiltà arthouse esibiti da Hamnet, ai fini dell’analisi del nuovo film firmato da Chloé Zhao non si può non riconoscerne la vocazione da blockbuster d’autore, in fondo – fatti i dovuti distinguo – non troppo differente da quanto compiuto in Eternals, il kolossal “indie” della Marvel diretto dalla regista.

Zhao infatti con Hamnet prosegue il suo percorso di autrice capace di prestare la propria visione a grandi produzioni, in cui mescolare visione personale – soprattutto a livello formale – ed esigenze commerciali, che si esplicitano nei temi del film. Non a caso sia Nomadland, film che l’ha vista salire alla ribalta e vincere due premi per Miglior Film e Miglior Regia, sia il meno apprezzato Eternals, proponevano una concezione di cinema intimo, sensoriale, profondamente legato all’esplorazione dei corpi e al loro inserimento in un ambiente naturale.

Questo metodo di lavoro viene qui applicato, quasi scientificamente e in maniera “laboratoriale” a una rilettura in chiave che diremmo femminista alla figura di William Shakespeare. Una prospettiva indubbiamente di moda ma altrettanto indubbiamente sentita, che è valsa all’opera otto candidature agli Oscar.

Ispirato all’omonimo romanzo di Maggie O’Farrell, il film racconta un episodio poco conosciuto ma senza dubbio cruciale della vita del Bardo, ovvero la morte del figlio undicenne Hamnet nel 1596. Il punto di vista però è quello di Agnes, moglie del drammaturgo, una figura storica che incarna l’approccio revisionista e rappresenta il fulcro emotivo del film.

Non soltanto Zhao e O’Farell raccontano le vicenda private e famigliari di Shakespeare dal punto di vista di una donna, ma di una donna che – alla pari dell’artista maledetto e tormentato, caratterizzazione shakespeariana un po’ di grana grossa – si pone ai margini e in contrapposizione alla società. Una ribelle insomma. Agnes infatti è una donna profondamente connessa alla natura – la vediamo nella prima scena addormentata nell’incavo delle radici di un albero, dotata di sensibilità quasi medianica, dotata di una conoscenza che ai tempi le sarebbe valsa l’accusa di stregoneria e che oggi diremmo neo-pagana.

E se Agnes vive il lutto e in generale la vita come un’esperienza fisica, cosmica, totalizzante, William, che rimane un co-protagonista più marginale, coerentemente resta spesso ai lati, distante, in preda a una forte sensibilità, assorbito dal suo lavoro e dalla sua arte. Una contrapposizione al tempo stesso efficace e facilona, dato che se l’iniziale avvicinamento tra i due avviene in modo puramente istintuale, la successiva narrazione del ménage domestico risente proprio delle dinamiche

Uno degli elementi che più evidenziano l’aspetto prettamente emotivo, diremmo anche melodrammatico del film, è l’uso estensivo di una musica eterea firmata nientemeno che da Max Richter. La colonna sonora accompagna gran parte della pellicola, richiamando il tono di costante commozione e partecipazione emotiva tipica dei film di Terrence Malick – nume tutelare per tutto ciò che riguarda lo stretto rapporto intrattenuto da Agnes con la natura. È un approccio che se da un lato amplifica il coinvolgimento sensoriale, in linea con la poetica di Zhao, dall’altro tende a veicolare in modo insistente e opprimente la risposta emotiva dello spettatore, riducendo talvolta lo spazio per il silenzio, l’ambiguità e la partecipazione sincera (ovvero non estorta a forza).

La direzione della fotografia di Lukasz Zal (già alle luci di due film molto diversi quali Ida e La zona di interesse) riprende l’ossessione per la luce naturale, le albe e i tramonti di Zhao: scelte che pagano quando le vicende si svolgono in esterni, segnati da un’evidente attenzione pittorica, mentre gli interni – forse anche per contrapposizione tematica – risultano sciatti e spogli ma, cosa più importante, visivamente mai interessanti nell’illuminazione, con un effetto claustrofobico in definitiva spiacevole e opprimente.

Medesima altalena qualitativa nella recitazione e in generale nella direzione degli attori da parte di Zhao. A Paul Mescal e Jessie Buckley viene richiesta una prova attoriale naturalistica e intima, eppure nelle non poche scene madri si pigia l’acceleratore sul pedale dell’attorismo (dicesi attorismo la tendenza a enfatizzare le marche attoriali spacciandole per prove di bravura), con urla, singhiozzi, pianti a dirotto. Il tutto, spiace dirlo, rivela una tendenza all’esplicitazione e alla didascalia dello stato d’animo dei due personaggi. E d’altro canto lo stesso script non può vantare propriamente passaggi e snodi raffinati – se si eccettua un finale molto suggestivo – tanto da ricadere nella trappola tipica del biopic, ovvero il personaggio famoso che recita guardando in macchina la sua battuta più famosa (“essere o non essere”, se ve lo steste chiedendo).

Come si accennava in apertura, la rilettura femminista sposta il peso del racconto dalla figura canonica del genio maschile – qui con attimi di sregolatezza ma anche tenerezza – a quella, marginalizzata, della moglie. Una revisione anche interessante, se non fosse completamente arbitraria e non ricadesse abbastanza nel vuoto, fosse solo perché l’epilogo riporta tutto il discorso sul potere di rielaborazione del lutto e riconciliazione emotiva dell’arte. Arte di cui sappiamo poco e niente, dato che la sceneggiatura decide di lasciare del tutto fuori campo, con un effetto sorpresa finale decisamente spurio.

Hamnet, dunque, pur con tutti i suoi limiti – un ritmo dilatato, una fotografia non sempre incisiva, un’emotività talvolta sovradeterminata – resta in fondo un’opera coerente, profondamente autoriale, che conferma lo sguardo di Chloé Zhao come interessato più all’esperienza sensoriale e spirituale dello spettatore che a una narrazione tradizionale e solidamente costruita. In questo caso, almeno per chi scrive, si tratta di un film dalla digestione ardua, per quanto lasci in bocca un buon sapore amarognolo. E qualche lacrima, se non vi infastidiscono i pizzicotti sulle guance.

Autore

  • Alessio Cappuccio

    Alessio Cappuccio si è laureato in Letteratura Moderna presso l'Università degli Studi di Milano con una tesi sulla trilogia dei colori di Krzysztof Kieslowski.

    Nel frattempo ha iniziato a scrivere sul portale di informazione web Blogosfere nella sezione spettacoli, per cui è stato anche inviato durante la Mostra Internazionale del Cinema di Venezia e la Festa del Cinema di Roma.

    Nel corso della sua carriera ha lavorato e collaborato con una serie di realtà editoriali come Leonardo.it, Triboo, Studentville, ScuolaZoo, Milano e Roma Weekend, Londra da vivere spaziando dalla politica al tempo libero, la scuola, le nuove tecnologie, con un occhio di riguardo al cinema, sua vera passione.

    Dopo un Master in Critica Giornalistica presso l'Accademia d'Arte Drammatica Silvio D'Amico, e una parentesi da videomaker, si è trasferito in pianta stabile a Roma, dove co-dirige Popcorn&Podcast, il più grande e autorevole podcast di cinema dell'universo.

    In genere non parla di sé in terza persona.

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Data pubblicazione: 01/29/2026
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