Antonio Albanese dirige, scrive ed interpreta la sua ultima opera dal titolo “Lavoreremo da grandi”, che vanta di un cast maschile con nomi di tutto rispetto: Giuseppe Battiston, Nicola Rignanese e Francesco Brandi.
Il film parte bene, la rocambolesca vicenda ha una comicità pungente e i quattro protagonisti recitano in modo accattivante e quasi teatrale. Infatti, la messa in scena potrebbe essere trasposta benissimo su un palcoscenico, talmente viscerali e profonde sono le interazioni tra i protagonisti, talmente i sussurri e le grida sono completamente sopra le righe. Che dire? Forse sta proprio qui il problema del film.
Lavoreremo da grandi: la trama
Ma procediamo con ordine. La trama è molto semplice: Umberto (interpretato da Albanese) e Giuseppe (interpretato da Battiston) trascinano fuori dal lago Gigi (interpretato da Rignanese). Quest’ultimo è completamente fatto di Vodka e di benzodiazepine a causa della morte della zia a cui era morbosamente legato e che gli ha lasciato in eredità esattamente nulla, perché ha deciso di donare tutto alla Chiesa.
I tre si recano a prelevare dalla casa, in cui ha appena scontato gli arresti domiciliari, Toni, il figlio di Umberto (interpretato dal giovane Niccolò Ferrero). Per festeggiare l’evento, vanno in un locale del paese e brindano a suon di alcolici. Tornando a casa, nella notte, un improvviso incidente. Con la macchina di Giuseppe investono qualcosa o qualcuno. Ma i quattro sono sopraffatti dalla paura e scappano. Da questo momento in poi inizia la tragicommedia.
Lavoreremo da grandi: un film riuscito a metà
Partiamo col dire che Antonio Albanese non ama i film silenziosi, in cui a far da padrone sono le musiche. E da questo film si nota. I tre personaggi non la smettono un attimo di parlare e di prodursi in battute che forse non fanno sempre così ridere. Durante la conferenza stampa Albanese ha sottolineato come bisognerebbe fare un monumento a Checco Zalone per gli incassi ottenuti al botteghino. Ebbene, la comicità di “Lavoreremo da grandi” non si discosta tanto dal film di Zalone, ma sicuramente è meno irriverente e più politically correct.
Quindi non si intravede una sorta di originalità. La stessa scena dell’incidente iniziale è già stata vista in molti film, per fare un esempio in Death of a Unicorn (con Jenna Ortega) i due protagonisti investono un cavallo con un corno sulla fronte. E da quel momento succede il finimondo. Anche nel film di Albanese succede il finimondo, ma non convince. È tutto troppo poco chiaro del perché avvengono certe situazioni.
Per esempio, a casa di Umberto citofonano tutta una serie di personaggi, tra cui una escort chiamata dal figlio Toni. Di quest’ultima non si capisce bene il ruolo. C’è da dire che le poche donne all’interno del film sono tutte “a servizio” dei personaggi maschili, giudicati da Albanese teneri in quanto sfortunati nel lavoro ma anche con l’altro sesso. Considerando la fatica e le difficoltà incontrate giornalmente dalle donne nell’ambiente lavorativo – e non solo, un film con ruoli femminili ancillari rispetto ai protagonisti non è il massimo dell’etica.
Ma ci sono anche cose positive. La regia di Albanese risulta più matura. Il regista e attore si è infatti sbizzarrito nel fare inquadrature che oscillano tra l’originalità e i tecnicismi. Niente di “sorrentiniano”, sia chiaro, ma comunque la resa risulta piacevole alla vista.
Sempre in conferenza stampa Albanese sottolinea come si sia ispirato al regista scomparso, Carlo Mazzacurati, con il quale ha lavorato in “Vesna va veloce” e ne “La lingua del Santo”. Di lui sicuramente ha ripescato le atmosfere e i personaggi un po’ malinconici, sospesi. Personaggi, quelli di Albanese, che non ce l’hanno fatta nella vita. Forse dei falliti? Ma che nonostante tutto riscoprono il potere dell’amicizia.







