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La Grazia: recensione

la grazia recensione poster

Qualche tempo fa, ai tempi dell’uscita del trailer de La trama fenicia, il web si interrogava scherzosamente – e con una certa irrisione, se non proprio fastidio – su quanti secondi sarebbero serviti a uno spettatore per riconoscere Wes Anderson dietro la macchina da presa. Il dibattito è – e probabilmente sempre lo sarà – ancora aperto, peraltro di grande interesse per chi studia cinema ed espressione artistica in generale: la ripetizione ossessiva di una marca stilistica rappresenta l’approdo a una fase manierista, il raggiungimento dello status di maestro o all’inverso un comodo poggiarsi su quanto ha funzionato in passato, in mancanza di una vera ispirazione?

Se con Parthenope il sottoscritto si lamentava di un’involuzione e di una regressione del cinema di Paolo Sorrentino, che era sembrato incapace di creare un immaginario in grado di imprimersi negli occhi e nell’animo dello spettatore, La Grazia, presentato in apertura alla 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nel 2025, sembra un’articolazione più matura, controllata e riflessiva di questa fase di stanca del regista.

Nel film di cui è protagonista – per la settima volta – Toni Servillo, ritornano un gran numero di elementi tematici cari a Sorrentino: la fascinazione per il potere, la solitudine dell’uomo solo al comando, la presa che il passato e la memoria hanno sulle esistenze di chi non riesce a vivere nel presente; ritorna anche l’impianto scenico base del cineasta napoletano, composto da figure come i soliti movimenti di macchina controllati, la predilezione per inquadrature simmetriche e formalmente perfette (laccatissime, direbbero i malevoli), un montaggio particolarmente ritmato, anche attraverso l’uso di musica elettronica quasi in contrasto con le immagini; e infine una scrittura che procede nelle modalità che abbiamo imparato a conoscere, sia per quanto riguarda il percorso esistenziale del protagonista (non stupirà nessuno sapere che si tratta di un viaggio nell’interiorità di un anziano al tramonto) che per la consueta e furba sentenziosità dei dialoghi, oscillanti tra il sapienziale, il contraddittorio, l’ironico-istrionico e la supercazzola.

Servillo dunque interpreta Mariano De Santis, un Presidente della Repubblica al termine del suo apprezzatissimo mandato, grande giurista, roso da dubbi morali, conflitti interiori e questioni pubbliche gravose. Da un lato la devota figlia, giurista anch’ella, interpreta da Anna Ferzetti, spinge affinché firmi una legge che conceda il diritto all’eutanasia, osteggiata da un caricaturale Papa nero con i rasta che si muove in motorino; dall’altra De Santis deve decidere se concedere la grazia a due carcerati condannati per omicidio, ognuno naturalmente caratterizzato da una vicenda sopra le righe. Sulla stanca vita di Mariano, accompagnato dall’immancabile responsabile della sua sicurezza, aleggia come un fantasma il ricordo della moglie, la quale gli ha lasciato memorie felici ma anche un dubbio lacerante: con chi lo ha tradito durante il loro matrimonio.

Rispetto alla produzione precedente di Sorretino tutto in La Grazia sembra essere più contenuto, al netto di uno stile in ogni caso magniloquente nella propria pulizia formale: se per esempio lasciano un po’ interdette le scene di interni fotografe da Daria D’Antonio, impostate su un chiaroscuro fin troppo pesantemente psicologico, non si può neanche negare la fascinazione della luce in esterni, sopratutto nelle scene legate al passato di De Santis.

In un film pensoso e ponderoso, retto dall’ennesima grande prova di Servillo (Coppa Volpi a Venezia per l’interpretazione), come spesso accade con Sorrentino il kitsch non proprio volontario di alcune sequenze si alterna a intuizioni geniali e frammenti di poesia visiva; il dialogo illuminante e lo scontro verbale appassionante possono essere rotte da fiacche ripetizioni dei medesimi concetti e dai mottetti tipici del regista (qui non si arriva all’insipienza di “cosa stai pensando, Parthè?” ma “di chi sono i nostri giorni?”, per quanto più acuto, ci si avvicina).

Rimane anche la tensione verso l’invisibile e l’ineffabile, la propensione al bilancio esistenziale, a un certo compiacimento nell’arrovellarsi del Presidente sui confini tra legge e morale privata, tra perdono e giustizia, con una visione della giurisprudenza simile per astrazione a quanto già fatto con l’antropologia in Parthenope.

Anche nella costruzione dei personaggi secondari tornano luci e ombre delle sceneggiature di Sorrentino, che si possono facilmente descrivere come una formidabile capacità di creare personaggi icastici con pochi elementi (battute, piccoli tic, vestiario) dai quale ben poco se ne riesce a trarre. In un cast di ottimi teatranti la pur brava Ferzetti deve un po’ soccombere allorché l’arco narrativo del suo personaggio – la glaciale figlia che tutto ha sacrificato a un padre assente più per incapacità caratteriale che per indifferenza – viene sciolto con una battuta di dubbia efficacia pronunciata da un personaggio scritto a tavolino. Così anche l’esplosiva e mitragliante Coco Valori, l’amico di vecchia data del protagonista interpretata da Milvia Marigliano, nonostante i tentativi della scrittura di conferirle un peso drammaturgico si rivela poco più di un congegno narrativo, oltre che un’ottima macchina comica.

Una costruzione molto scoperta, quindi, che sa donare spessore e profondità alla figura del protagonista e al tempo stesso togliere potenziale empatico nei confronti degli altri personaggi, ridotti a ombre, congegni, marionette. Il sospetto è quello di un eccesso di astrazione e di una concettosità in una storia che invece vorrebbe parlare di idee e ideali solo in riferimento all’umanità dei suoi protagonisti.

La Grazia è quindi un’opera che conferma Paolo Sorrentino come una voce sempre più riconoscibile del cinema italiano e internazionale, di nuovo in odore di manierismo ma orientato a una maturità nuova e a un controllo formale meno virtuosistico e più orientato alla riflessione e alla contemplazione, che si interroga sulla possibilità e la necessità di accogliere il dubbio nelle nostre vite, accettare l’incertezza e prendere una posizione, caricandosi di responsabilità. Mollando il colpo e affidandosi alle nuove generazioni, qualora ne sia arrivato il momento.

Autore

  • Alessio Cappuccio

    Alessio Cappuccio si è laureato in Letteratura Moderna presso l'Università degli Studi di Milano con una tesi sulla trilogia dei colori di Krzysztof Kieslowski.

    Nel frattempo ha iniziato a scrivere sul portale di informazione web Blogosfere nella sezione spettacoli, per cui è stato anche inviato durante la Mostra Internazionale del Cinema di Venezia e la Festa del Cinema di Roma.

    Nel corso della sua carriera ha lavorato e collaborato con una serie di realtà editoriali come Leonardo.it, Triboo, Studentville, ScuolaZoo, Milano e Roma Weekend, Londra da vivere spaziando dalla politica al tempo libero, la scuola, le nuove tecnologie, con un occhio di riguardo al cinema, sua vera passione.

    Dopo un Master in Critica Giornalistica presso l'Accademia d'Arte Drammatica Silvio D'Amico, e una parentesi da videomaker, si è trasferito in pianta stabile a Roma, dove co-dirige Popcorn&Podcast, il più grande e autorevole podcast di cinema dell'universo.

    In genere non parla di sé in terza persona.

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Data pubblicazione: 01/14/2026
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