L’eredita di un nome importante, simbolo per la mafia siciliana, ma anche di un impero malavitoso, portano Matteo Messina Denaro (interpretato dalla garanzia Elio Germano) prima a diventare l’ultimo padrino e a murarsi poi come un topo in un appartamento dal quale controlla i suoi affari e i contatti attraverso i famosi “pizzini”.
Contemporaneamente Catello Palumbo, un ex professore, preside e assessore (a cui Toni Servillo presta la solita espressione ed espressività sorniona) esce dalle mura della prigione in cui ha vissuto gli ultimi anni per connivenza mafiosa. Viene però contattato dalla DIA che gli propone un accordo – ricatto: aiutarli a scovare il boss più famoso ed evanescente della storia della mafia siciliana.
“Iddu”, scritto e diretto da Grassadonia e Piazza, si appoggia tutto sui due pilastri/personaggi, alternando la prigionia fisica ma non d’azione del primo e la libertà fisica ma non morale del secondo, raccontandoci una Sicilia di inizio millennio sotto una veste shakespeariana. Dalla messa in scena al registro recitativo, passando per i dialoghi e la fotografia sempre perfetta di Bigazzi, tutto ci porta in una bolla temporale e spaziale, surreale ma estremamente d’impatto.
Forse uno dei pochi film storico-politico italiani, oltre a “Il divo” di Sorrentino, capace di allontanarsi dal monotono “nuovo-iper-neorealismo” e regalarci un quasi capolavoro se non fosse per la discutibile scelta di affidare praticamente tutta la sicilianità allo sforzo zoppicante di attori non siculi, tra i quali Barbora Bobulova, Antonia Truppo, Tommaso Ragno e Daniela Marra.
Da segnalare due attori impegnati in ruoli secondari in grado di regalarci una prova straordinaria quanto fondamentale per le sorti emotive del film: Betty Pedrazzi e Giuseppe Tantillo, rispettivamente cinica moglie e sgangherato genero di Catello. Giudizio finale? Davvero consigliato. Sopratutto a chi ama il cinema che non fotografa la realtà ma la sublima con pennellate pittoriche.







