Non ci sono altre cinematografie come quella coreana in grado di ribaltare l’assunto iniziale, modificare il genere d’appartenenza, innestare momenti di comicità in situazioni drammatiche e viceversa (senza depotenziare né l’uno né l’altro versante), nonché di riflettere sui temi della contemporaneità mantenendo intatta la vocazione spettacolare e di intrattenimento del cinema popolare. Inutile a darsi, Hope del regista Na Hong-jin (The Chaser, The Yellow Sea, The Wailing) è esattamente il tipo di film che abbiamo appena descritto.
Non a caso la pellicola, la più costosa dell’industria cinematografica coreana fino a questo momento, parte in maniera fulminea presentandosi come un film d’azione in cui il mostro non si vede per almeno un’ora. Lo si sente, si intuisce cosa sta facendo, si vedono le conseguenze della devastazione scatenata sul paesino di frontiera nord-sud coreana Hope Harbor e si respira la coltre di tensione che avvolge i pochi sopravvissuti.
È un’idea bellissima di film d’azione autoriale – sulla scia di quanto fatto nei Mad Max di George Miller – in cui a parlare sono le immagini e le coreografie, l’energia cinetica, la forza espressiva del movimento, lo stupore imperituro, inseriti in una dimensione temporale dilatata e abitate da personaggi che vengono definiti da come si muovono e dalle loro azioni più che da ciò che dicono.
E la cosa incredibile è che la tensione si trasforma prima in comicità nervosa e poi in pura ammirazione, perché si ha la sensazione netta di assistere a una delle migliori sequenze d’azione degli ultimi anni, con inseguimenti infiniti, prima a piedi e poi sui più diversi mezzi, all’interno di scenografie minuziosamente fatte a pezzi e cosparsa di corpi a brandelli.
Come si diceva, Hope attraversa senza soluzione di continuità una quantità di generi spaventosa: action, fantascienza, thriller, horror, commedia grottesca, western. In particolare la scena del vecchio, unico testimone oculare dell’avvistamento del gruppetto che sta minacciando il centro abitato, è un esilarante crescendo di comicità escatologica, dato che il contrasto è proprio tra il pericolo insito nel suo racconto e la necessità impellente di sfogare uno squassante dolore intestinale. Una scena da lacrime agli occhi, senza se e senza ma.
Non a caso la nutrita galleria di personaggi è ben caratterizzata senza scivolare mai nello psicologismo: quelli che incontriamo sono (stereo)tipi da film d’azione, ovvero il poliziotto di paese, il cavaliere, i paesani maldestri, la poliziotta volenterosa (l’unica sensata in un consesso di idioti), definiti da un gesto, da un tic, da una propria peculiare vis comica.
Sotto lo spettacolo però c’è un sottotesto che il film lascia trasparire con la pura messa in scena senza che ci sia un dialogo (a eccezione del finale) a esplicitarlo: l’accettazione dell’altro, ovvero la scelta di temere o accogliere ciò che arriva da fuori, collegato allo spettro della minaccia della Corea del Nord – motivo dell’impressionante quantità di armi nascosta dagli abitanti. E infine il valore della speranza e della fede, che verrà declinato in modi diverse a seconda del lato dello schieramento che si privilegia.
Non è tutto oro quel che luccica perché alla fine della visione – in ogni caso monumentale – la sensazione è quello di una durata debordante per alcuni versi ingiustificata, nel senso che l’eccitazione per alcuni passaggi altamente adrenalinici finisce per scontrarsi con una dilatazione delle sequenze che inevitabilmente diminuisce l’entusiasmo.
Meno si parla del finale è meglio no, un po’ perché il giudizio non può che rimanere sospeso e rimandato al possibile sequel, un po’ perché la svolta fantasy/space opera rinnega apertamente l’impianto precedente. Una scelta coraggiosissima, che sottolinea ancor di più quanto i due schieramenti abbiano ragioni e motivazioni fondate nella loro lotta per la sopravvivenza, ma che limitata a una manciata di minuti finisce per essere una sterzata davvero bruschissima (movimento che ad alcuni può anche piacere).
Sì, c’è anche il discorso della CGI non all’altezza delle ambizioni altissime, ma se si riesce ad accettare la pigrizia degli effetti speciali non si capisce perché non si possa soprassedere di fronte a una produzione che sotto tutti gli altri aspetti rappresenta un modo molto più interessante, stimolante e rispettoso dell’intelligenza degli spettatori rispetto a certi trabiccoli firmati Marvel.







