Quattro amici e un’auto che sarà presto la culla di ogni loro paranoia. James, Day, Fisher e Tyler stanno tornando a casa dopo una serata insieme. Chiacchierano, discutono, si punzecchiano sul filo dell’euforia di una cena tra (ormai) ex colleghi di università. È Tyler il guidatore designato che tra poco, stando alle mappe, dovrebbe imboccare una rotatoria per uscire dal viale alberato che fa da sfondo alle loro chiacchiere frivole. Non sanno però che quella rotatoria non arriverà mai, anzi, i quattro amici si ritroveranno intrappolati in una strada senza fine dove la natura diventa una continua ripetizione di un mondo ai confini della realtà.
Sembrerebbe l’abbozzo di una puntata di Black Mirror e invece è il film d’esordio dello statunitense Alexander Ullom, It Ends, che sta già facendo parlare di sé per essere stato il primo film disponibile per il noleggio dal video store di Letterboxd, oltreché l’horror dal budget più basso del 2026 ad aver avuto una distribuzione internazionale (circa 80.000 dollari). E nell’anno dei cineasti di (e da) YouTube come Curry Barker regista di Obsession e Kane Parsons di Backrooms (con cui It Ends condivide i produttori) potevamo forse aspettarci un minor clamore per un horror che nasce dal niente come It Ends?
Perché dell’esordio di Ullom si potrebbe dire tanto e forse persino male, ma il punto è un altro. È che questo cinema che riempie le sale sembra scrollarsi di dosso l’horror dei padri per sperimentare finalmente nuove strade, nuovi anfratti di possibilità, nuove parole per guardare la paura: e allora via i jumpscare, via le coltellate, la casa infestata, e pure il sesso che significa morte. Questo nuovo cinema cerca lo spavento del quotidiano, la paranoia del presente che, come in Obsession, soffoca trentenni già pallidi di paura.
Prima di ogni valore o pregio il grande merito di It Ends sta proprio qui: quello di chiedersi (seppur indirettamente) se abbia ancora senso credere in un cinema paranormale, quando già il presente e la storia pullulano di mostri. E forse un horror moderno che si rispetti tradisce proprio la sua vocazione di genere del corpo, non cercando l’emozione della paura ma chiedendo che cosa ancora sappia spaventarci.
E i quattro amici di It Ends, un po’ come la coppia di Vivarium, vivono l’orrore dell’identico: un presente sempre uguale vissuto trenta secondi alla volta. Poi certo, anche Backrooms ragionava sugli spazi fisici per alludere ad altro, ma l’esordio di Ullom è ben più genuino di quello di Parsons: forse meno cinefilo, ma vivo e consapevole. C’è una domanda che attanaglia i protagonisti: abbandonarsi oppure aspettare, sopportare e resistere?
Lungo il viaggio senza contachilometri James, Day, Fisher e Tyler aspettano qualcosa, re-inventano il tempo nei ciclici 30 secondi in cui possono uscire fuori dalla macchina (prima che
una folla alla Essi vivono li travolga), ma non si rendono conto che l’attesa è il loro destino. È l’immobilismo postmoderno di uno spazio (digitale, fisico, naturale) che estende gli orizzonti e rimpicciolisce le libertà.
Così It Ends non è poi tanto diverso dalle fuoriuscite impossibili di Backrooms o dalle trappole digitali del cinema di Schoenbrun, anzi è un film sull’asfissia della fine degli orizzonti con i suoi trentenni che potendo scegliere tutto, restano continuamente fermi tra l’inerzia e l’orrore del loro futuro prossimo.
L’esordio di Ullom è allora un diamante grezzo, e forse strutturalmente acerbo, che semina però ottime intuizioni per il nuovo horror che verrà.







