Dopo l’incredibile exploit di Jordan Peele, dopo il successo da Oscar di Zach Cregger, soprattutto con il suo Weapons, dopo l’ascesa dei fratelli Philippou, anche Obsession di Curry Barker sembra confermare una teoria che aleggiava nell’aria della critica più attenta all’horror: a quante pare le novità più interessanti all’interno del genere provengono da ex comici, e in particolare da chi si è formato sulla sketch comedy, in particolar modo online.
Si potrebbe parlare di una consonanza a livello tecnico, di scrittura e di messa in scena, dato che entrambi i generi prevedono economia di mezzi, velocità di costruzione della scena, sintesi, sensibilità per ritmo e atmosfera, ma forse è solo che questi cineasti sanno quando il silenzio può essere un’arma più devastante del rumore, un’inquadratura fissa più sconvolgente di un montaggio serrato, o quanto serva costruire con pazienza la scena per arrivare al momento clou torcibudella.
Fatto sta che Curry Barker arriva al suo primo lungometraggio d’esordio con un curriculum da comico su YouTube, specializzato in sketch comici dalle imprevedibili e surreali venature horror (lampi di orrore, in realtà), insieme al partner Cooper Tomlinson, e con alle spalle la regia di un un cortometraggio found footage – Milk & Serial.
La premessa di Obsession ha qualcosa in comune con The Monkey di Oz Perkins, ovvero il tipico tranello del desiderio esaudito alla lettera da un oggetto paranormale, con conseguenze catastrofiche e incontrollabili, ma anche una forza maligna che agisce indirettamente, il male come meccanismo cieco e burocratico invece che come entità dotata di volontà propria. Se Perkins ne faceva una metafora esistenziale – la fatalità assoluta del destino, il memento mori, Barker invece parte da una dimensione relazionale, intima, quasi claustrofobica, per arrivare quasi all’orrore cosmico.
Anche il tono – una singolare commistione di terrore e ironia nera, quel modo di concludere una sequenza agghiacciante con una battuta nerissima nel momento peggiore possibile, suscitando una risata amarissima a stomaco contratto — deve qualcosa allo stesso Perkins (ma c’è da dire che se la mano del tecnico non è la stessa, senza dubbio la penna nella scrittura dei personaggi è molto più affilata). L’ironia in realtà non allevia minimamente la tensione in Obsession, piuttosto la rilancia, dato che Barker ha capito che il terrore e il ridicolo sono strettamente apparentati e basta un nonnulla per scavalcare da un campo all’altro.
Elementare la trama, davvero da commedia romantica: Bear (Michael Johnston) è un impiegato di un negozio di musica, timido, bloccato, innamorato segretamente della migliore amica e collega Nikki (Inde Navarrette). In cerca di un regalo in un negozio new age trova un fantomatico bastoncino che promette di esaudire un desiderio dopo essere stato spezzato. Dopo l’ennesimo tentennamento Bear ci prova e desidera che Nikki lo ami più di qualsiasi altra cosa al mondo. Il desiderio, purtroppo per lui, viene esaudito e da quel momento Nikki inizia a vivere solo per lui.
Il film inizia quindi come una rom com tenera, con un protagonista bravo ragazzo maldestro per cui si fa il tifo. Ma è la trappola che Barker tende allo spettatore, perché col progredire del film il personaggio di Bear diventerà sempre più inquietante, fino a diventare quasi il villain inconsapevole: un inetto che non vuole prendere decisioni, che si fa andare bene una situazione orribile pur di non affrontarla, che si comporta da manipolatore — come gli contesta il suo migliore amico, interpretato dalla stesso regista. Il suo difetto non è la cattiveria ma è forse anche peggio: la passività, l’inedia, il trarre vantaggio da qualcosa che sa essere sbagliato.
La particolare idea di orrore portata avanti da Obsession si poggia tutta sullo scardinamento di comportamenti che associamo all’ordine sociale naturale – parafrasando Lovecrat, una maligna e particolare sospensione di quelle stabili leggi sociali (laddove lui parlava di leggi di natura). Il terrore arriva invece da una reazione sproposita, intensissima, innaturale, meccanica e surreale a una situazione normalissima, banale e quotidiana, da parte di chi ama troppo, di chi non sa fermarsi e desidera fondersi con il partner fino a divorarlo.
Obsession quindi non è un film di effetti speciali, di jump scare o di sangue a secchiate — anche se sangue, urina, vomito e altri liquidi corporei vengono usati con una generosità quasi gioiosa, con evidente divertimento. La sensazione che riesce benissimo a convogliare il film non è tanto quella dell’orrore, dello spavento o del ribrezzo, ma più dell’inquietudine e dall’ansia esistenziale, della consapevolezza di essere precipitati in una situazione da cui non c’è più alcuna via di scampo, che diventerà sempre più paradossale e si andrà disintegrando inesorabilmente ogni speranza di poter condurre un’esistenza felice, o soltanto normale. E il tutto con la consapevolezza che il male è stato coscientemente evocato e alimentato – con il senso di colpa che ciò comporta.
C’è una domanda filosofica che pulsa sotto tutto il film, alla quale Barker ha l’intelligenza di non rispondervi mai troppo esplicitamente: cosa succede davvero quando l’amore è corrisposto? L’altra persona cambia. è ancora la stessa di prima, o il fatto di amarci la trasforma in qualcuno di diverso? E cosa significa, invece, pretendere che l’altro ci ami — sottrarre a una persona la libertà di scegliere chi essere e chi amare?
Obsession è a un primo livello di lettura un film sulle relazioni tossiche, su come certi amori divorano chi li riceve fino a svuotarlo. Ma è anche, e forse più sottilmente, una satira velenosa sul “sottone” — sulla tipologia antropologica di chi è così completamente preso dall’oggetto del proprio desiderio da perdere qualsiasi prospettiva, in grado di accettare volentieri qualsiasi cosa pur di essere amato, da non vedere che quello che sta ricevendo non è amore ma qualcosa di molto più disturbante. Bear vuole che Nikki lo ami ma Barker sembra suggerire che ciò che in fondo voleva forse era solo una sua proiezione, un’idea di lei. In fondo il desiderio esaudito, diceva Oscar Wilde, è sempre una delusione, una truffa, e il film implica che essere davvero amati di un amore totalizzante è qualcosa di terrificante.
Sul piano visivo direttore della fotografia Taylor Clemons si inventa un paio di espedienti non male che ricorrono in più occasioni: il primo è il luccichio degli occhi di Nikki — che compare nei momenti sbagliati e ne trasforma lo sguardo in qualcosa di alieno, segnalando la presenza di un’entità che non dovrebbe essere tra noi; l’altro è la silhouette della ragazza, la sua sagoma scura in controluce che occupa lo spazio in modo leggermente, inquietantemente sbagliato.
La protagonista Inde Navarrette è ovviamente la rivelazione assoluta con la sua mimica completamente sballata rispetto a quanto ci si aspetterebbe. L’attrice deve attraversare tre momenti, quasi tre personaggi diversi e lo fa con grande precisione fisica e psicologica, e con una intensità da brividi, in cui paradossalmente riesce a emergere l’idea di una persona che ha perso qualcosa di essenziale dentro di sé, forse l’anima. Michael Johnston invece riesce solo in parte a restituire la complessità morale del personaggio, con qualche rigidità di troppo e l’incapacità di rendere credibile fino in fondo un personaggio detestabile.
Forse il difetto più evidente – ma in fondo scusabile – del film sta nel commento sonoro di Rock Burwell quasi onnipresente, con una colonna sonora che segnala e orienta troppo, come se Barker non avesse fiducia negli altri elementi, temendo che senza musica certe scene potessero scivolare nella commedia involontaria. Il paradosso è che quella paura è comprensibile, perché alcune sequenze sarebbero effettivamente comiche senza quel tappeto sonoro. Ma è anche vero che la coda di ironia nerissima che segue quasi ogni sequenza orrifica funziona proprio quando la musica si ritira e arriva la risata a bocca storta.
Insomma, pur con qualche tentennamento tipico dell’opera di esordio, Obsession è un esempio di horror quasi inedito, potente e scomodissimo da abitare, lontano anni luce dai comfort horror della Blumhouse, che pur qui produce e indubbiamente quello di Curry Barker è diventato con questo film un nome da ricordare e segnare nell’agendina degli incubi preferiti.







