Le stanze, gli anfratti, il limite e i fantasmi della mente. “È come descrivere un cane a chi non lo ha mai visto, e chiedergli di disegnarlo” farfuglia il signor Clark in Backrooms, dopo il primo incontro con il (suo) mostro, che parla una lingua, quella del nuovo horror, sempre più intima, neurologica forse, con i suoi labirintici campi di battaglia per la psiche.
Stavolta la tematizzazione è così vivida a costo di sembrare didascalica, intensa oltre ogni sottolineatura. Sui fantasmi dell’analogico e sul carisma di un cinema (sul) presente, l’ultima follia dell’A24, esordio del ventenne Kane Parsons, è un film che arriva dal futuro senza dimenticarsi del tempo e le forme passate.
Un’altra psicosi di internettiana memoria – a sole due settimane dall’uscita di Obsession di Curry Barker, a proposito di cineasti di (e da) YouTube – perché Backrooms è anzitutto il titolo della webserie antologica di Parsons impazzata nel 2020 (l’anno zero della distopia da interni), una sequela senza cause, di finti filmini d’archivio che esplorano gli spazi liminali per trascinare chi guarda nell’orrore dell’identico e del noto.
Proprio in pieno stile di un grande horror pandemico com Vivarium di Lorcan Finnegan, sembra che a Parsons il reale non basti più, e la minaccia del mostro là fuori (figlio di un cinema anni 80-90, “al massimo” remixabile) diventa poca cosa per i nostri occhi saturi; la fuoriuscita è l’unica soluzione possibile allora, verso i liminal spaces di Internet dunque il secondo inconscio, come aveva ragionato già 25 anni fa il Pulse di Kyioshi Kurosawa.
In Backrooms di Parkins il signor Clark, sedicente architetto finito a gestire un negozio di mobili, diventa “vittima” proprio dell’oblio accennato nella descrizione della prima backrooms pubblicata su 4chan, la foto di un ufficio vuoto dalle pareti giallognole. “Se non fai attenzione e scivoli fuori dalla realtà nei posti sbagliati, finirai nelle backrooms (…) Dio ti salvi se senti qualcosa aggirarsi nei dintorni, perché è sicuro come l’inferno che lei ha sentito te…”
Quando il signor Clark scopre le sterminate stanze sul retro, ecco che inizia un gioco del doppio neanche troppo velato, anzi annunciato da una Renate Reinsve (La persona peggiore del mondo, Sentimental Value) qui in versione terapeuta assertiva – “la tua coscienza è una stanza piena di pensieri in evoluzione” confessa al signor Clark e insieme spiega le radici del male in Backrooms.
Che è una tessitura di legami sottilissimi, tra l’io e il suo ideale (esplicitato dall’arrivo del doppio, il mostruoso Captain Clark), il transfert del trauma in forma cinema, che dal paziente arriva al terapeuta passando per gli spazi liminali, l’inesorabile solitudine delle stanze e dei ricordi. Si parla di elaborazione neurale, che conosce due e due segni soltanto (input e output), ed ecco che quello delle backrooms diventa il regno del rimosso e del dolore, degli scarti ignoti (o forse indesiderati?) alla coscienza.
Profondissimo e primordiale archivio (prima del creepypaste, della community, di internet), e se è vero che la linea psicanalitica del film sembra più interessante che propriamente riuscita, il cuore di Backrooms è prima di ogni cosa il suo mal d’archivio, l’ossessione della memoria come insegna Derrida, che conserva manciate di ricordi per lasciarne fuori una valanga. Ma dove inizia e finisce la verità se anche l’archivio (filmico e mentale) diventa una bugia, o almeno una mezza verità?
Forse Backrooms di Kate Parsons non è il grande film dell’anno come in molti prevedevano, ma è senza dubbio un grande post-horror sui mostri della mente e della memoria.







