C’è poco da fare – ma molto da dire, come vedremo: quest’anno Sentimental Value si imporrà come una delle opere più prestigiose e forti del cinema europeo contemporaneo, un raro esempio di film in grado di accontentare tutti, sia i cinefili più oltranzisti e snob che gli spettatori casuali.
Miglior film, regia, colonna sonora, sceneggiatura, i due attori protagonisti: sono stati questi i premi che l’ultimo titolo firmato dal norvegese Joaquim Trier si è portato a casa al termine degli European Film Awards.
Un vero e proprio plebiscito, dunque, pienamente meritato da parte di una pellicola (vincitrice anche del Grand Prix al Festival di Cannes) che riesce nell’impresa sempre più rara di coniugare l’ambizione e la profondità di una narrazione letteraria, grande cura formale, priva di compiacimento, notevoli interpretazioni degli attori e scrittura raffinata ma non intellettualistica, votata a un’emozione autentica e immediata.
Se fossimo in vena di fare paragoni molto azzardati, potenzialmente eretici e in odore di scomunica, potremmo dire che Trier è riuscito a toccare certe vette raggiunte da Ingmar Bergman – d’altro canto lo scavo psicologico ed emotivo dei personaggi è quello – con l’accessibilità, la fluidità e la piacevolezza dei film drammatici di Woody Allen più direttamente debitori del maestro svedese (di cui notoriamente è un grande estimatore).
Sentimental Value: la trama
Il film è incentrato sulle famiglia Borg, spezzatasi anni prima col divorzio dei genitori delle due sorelle Nora e Agnes e ora funestata dalla morte della madre. La prima è un’attrice di teatro in preda a crisi di panico durante il suo ultimo spettacolo, l’altra è una storica che lavora nell’accademia, sistemata con marito e figlio.
Entrambe si trovano sorprese nel veder tornare il padre Gustav, regista settantenne di culto, da tempo inattivo ma prossimo al ritorno dietro la macchina da presa, che aveva lasciato la casa quando erano ancora bambine.
Gustav, che sta appunto preparando il suo nuovo film, forse autobiografico, svela a Nora di volerla come protagonista, tra l’altro nei panni di una donna che potrebbe essere ispirata alla nonna/madre. I due però non hanno un buon rapporto e questo dissidio porta Gustav a intraprendere un’altra strada scegliendo un’attrice americana in ascesa, Rachel Kempf…
Sentimental Value: il romanzo cinematografico di Jaoquim Trier
Si diceva dell’ampiezza narrativa romanzesca del film, e questo elemento è esemplificato dalla centralità che ha la casa di famiglia, dilaniata da una ferita come la stessa struttura, che soprattutto nella parte iniziale è protagonista di una serie di scene che raccontano con partecipazione il susseguirsi di generazioni nello stesso luogo. Uno dei temi del film infatti è la ricomposizione dei rapporti personali – sopratutto tra padre e figlia, ma non solo – attraverso la memoria, arrivando anche a ripercorrere la storia della Norvegia durante la Seconda Guerra Mondiale.
Colpisce la capacità di Trier di costruire una narrazione stratificata e corale, dove ogni personaggio principale – padre e due sorelle, ma anche la succedanea Rachel – ha il proprio spazio e riceve la giusta attenzione, in un’esplorazione molto densa e potente della complessità dei sentimenti che li abitano: ogni lato sgradevole nasconde una fragilità, ogni comportamento all’apparenza incomprensibile un segreto o un lato caratteriale (quasi) inaccessibile.
La materia calda in cui Trier e il suo sceneggiatore Eskil Vogt affondano le mani è quell’intreccio indistricabile di affetto, amore, recriminazioni, avversione, rabbia, distanza, incomunicabilità che abbondano nei rapporti famigliari. Troviamo infatti Nora nel pieno di una crisi esistenziale, sintomo di qualcosa di più grave a livello psicologico, mentre Gustav invece sente scivolarsi il tempo tra le dita, sinceramente desideroso di riprendere il proprio legame con le figlia ma incapace di impostarlo al di fuori di una sfumatura manipolatoria. Nel mezzo la sorella Agnes e Rachel, che si ritrovano in modi diversi a mediare e sublimare tra le due parti.
A questo proposito non si può non lodare il cast nella sua interezza, a partire da Stellan Skarsgård, forse nel miglior ruolo della sua carriera, carismatico, affascinante, divorato dal senso di colpa e dall’orgoglio; Renate Reinsve rende il suo personaggio fragile e insieme combattivo, sfuggente e respingente, grazia a una precisione emotiva disarmante espressa con una recitazione in sottrazione; a sorprendere forse è soprattutto Inga Ibsdotter Lilleaas, una vera sorpresa nella sua forza e luminosità, un ruolo molto difficile da rendere senza sembrare incolore e in cui invece trova la giusta distanza tra empatia e desiderio di autoconservazione. Infine Elle Fanning conferma che dietro l’apparente leggerezza sa nascondere prove attoriali intelligenti e sfumate.
Allo stesso modo, la depressione non viene mai ridotta a un dispositivo narrativo o a una caratteristica di superficie: Trier la osserva dall’interno, ne restituisce il peso quotidiano, l’opacità, la difficoltà di essere comunicata. Eppure, il film non è mai cupo in senso sterile, anzi sorprende e commuove profondamente la speranza di fondo, la luce timida che lo pervade. Un ottimismo conquistato a fatica, mai ingenuo, che nasce dalla possibilità di riconoscersi, parlarsi e trasformare il dolore in condivisione, anche grazie all’aiuto dell’arte e della memoria. Quello di Trier è uno sguardo che non rinuncia all’ambiguità, presentandoci personaggi e situazioni che non sono mai assolti pienamente, ma solo compresi.
La messa in scena accompagna e amplifica questa visione con una propria coerenza formale: la fotografia alterna con grande sensibilità pioggia, ombre e una luce che sempre filtrata da uno stato d’animo specifico, come se il clima stesso partecipasse alla vita emotiva dei personaggi. Come già detto, la casa di famiglia, fulcro spaziale e simbolico del film, è qualcosa di molto più di una semplice scenografia, ma archivio di memorie, silenzi e conflitti irrisolti. Allo stesso modo le note di Hania Rani, beniamina della musica classica contemporanea, contribuiscono al tono di sottesa commozione che innerva la pellicola.
In definitiva, Sentimental Value, cui forse va attribuito anche un minimo elemento autobiografico, è un film di rara complessità e bellezza, caratterizzato da una sensibilità fuori dal comune, capace di parlare a tutti senza rinunciare alla profondità intellettuale dialogando con la grande tradizione del cinema d’autore europeo, e riuscendo al contempo a essere accessibile, coinvolgente e – in una parola sola, forse abusata – umanissimo.







