Le cose non dette: Muccino cambia scenario, ma non smette di parlare d’amore
Gabriele Muccino torna a raccontare la storia di coppie che si amano ma fanno una fatica enorme a dimostrarselo. Ancora una volta. Eppure, “Le cose non dette” è forse uno dei suoi film più maturi degli ultimi anni.
Alla fine della visione, una domanda viene quasi spontanea: il libro da cui è tratto è più bello?
Una sensazione che nasce non per demeriti evidenti, ma perché il film lascia intuire una struttura narrativa molto precisa, poetica, mai banale. Una storia che sembra avere l’anima di un buon romanzo, forse persino più che quella di un film. E, cosa curiosa, è anche una storia molto fuori dalle corde del Muccino più istintivo e urlato.
Ancora una volta il regista utilizza il viaggio come metafora. Se nel romanzo era Siracusa, qui diventa il Marocco, precisamente Tangeri. Una scelta tutt’altro che casuale, dato che Muccino usa la città come spazio di isolamento emotivo: lingue diverse, culture lontane, nessun appiglio familiare. Un luogo perfetto per restare incollati ai personaggi, per scavare nei loro segreti, amplificare tensioni e desideri, far emergere ciò che normalmente resta non detto.
Lontano da Roma e dai suoi soliti ambienti, Muccino costruisce un thriller d’amore, confermando un interesse per il genere già esplorato in “Fino alla fine”. Non è un thriller classico, ma un racconto carico di sospetti, attrazioni, silenzi e fratture emotive.
Il cast è uno dei punti di forza. Ritroviamo, dopo anni, la coppia formata da Claudio Santamaria e Stefano Accorsi, due volti storici del cinema italiano che qui funzionano proprio perché sembrano portarsi addosso il peso del tempo e delle scelte fatte. Accanto a loro, una Miriam Leone finalmente lontana dai ruoli puramente decorativi: intensa, credibile, capace di reggere un personaggio drammatico e complesso.
Carolina Crescentini riesce a raccontare una madre con complessi, ma tanta voglia di amare, e fare la cosa giusta, riesce a dare colore e misura al racconto. Stefano Accorsi, fisicamente trasformato, dimostra di essere ancora perfettamente a suo agio nei personaggi “mucciniani”: si urla, ci si insegue, ci si perde in lunghi piani sequenza e alla fine si piange anche. È un marchio di fabbrica che qui, però, appare leggermente più controllato.
Interessante l’esordio di Beatrice Savignani, che interpreta Blu, studentessa di filosofia coinvolta in una relazione segnata da una forte differenza d’età. Il suo personaggio è enigmatico fino alla fine e rappresenta uno degli elementi più intriganti del film. Non sbaglia una nota, sorprende, e sembra pronta per essere lanciata davvero.
All’apparenza “Le cose non dette” sembra il solito film di Muccino: crisi, relazioni, amicizia, sentimenti irrisolti. Ma sotto la superficie c’è qualcosa di diverso. Nuovi spunti narrativi, una maggiore consapevolezza, una maturità che deriva anche dalla storia di partenza, solida e ben strutturata.
Qui Muccino sembra aver messo da parte la crisi adolescenziale e la visione univoca dell’amore, scegliendo finalmente di guardare davvero dentro i suoi personaggi, senza giudicarli troppo, senza spingerli sempre al limite dell’eccesso.
Non è il miglior Muccino, e nemmeno il più originale. È evidente che il regista oggi tenda a rielaborare idee che lo affascinano piuttosto che raccontare mondi che conosce intimamente, come accadeva ne “L’ultimo bacio” o “Come te nessuno mai”. Ma è sicuramente un passo avanti rispetto a lavori recenti decisamente più derivativi.
La vera forza del film, però, sta nel finale. Un finale che sorprende, che si svela poco alla volta, che colpisce senza urlare. E quando arrivano i titoli di coda, ci si ritrova con qualche lacrima in più sul viso.
E forse, per Muccino, non è poco.







