Serpenti: una tragicommedia che ritrae il nostro Paese tra dramma e responsabilità
C’è una scena, all’inizio di Serpenti, che da sola vale il prezzo del biglietto: Paolo Marra si presenta in commissariato la mattina presto, confessa di aver ucciso sua moglie, e il poliziotto che lo riceve, un Alessandro Borghi straordinario, chiuso in una burocrazia che sembra uscita da un incubo kafkiano, non riesce nemmeno a prenderlo sul serio. Vuole solo le chiavi di casa, prima di mandare una volante a controllare se il fatto sia davvero accaduto. Vorrei un film intero su questo personaggio, su questo ingranaggio arrugginito dello Stato che si muove per prassi e non per giustizia, incapace di riconoscere la gravità di quello che ha davanti finché non gli viene incasellata nel modulo giusto.
Roberto De Paolis Maino, con la sceneggiatura scritta insieme a Damiano e Fabio D’Innocenzo, sceglie la strada più difficile per parlare di femminicidio: non il dramma diretto, non la ricostruzione empatica della vittima, ma la commedia grottesca, quasi teatrale, che segue il paradosso di un uomo che vuole essere punito e a cui nessuno concede questa punizione. È una scelta che funziona perché non punta al facile, e che ricorda da vicino la lezione di Eduardo De Filippo: partire da un fatto semplice, quasi assurdo nella sua linearità, per costruire un ritratto autentico e spietato del presente.
Paolo Marra, un Leonardo Lidi eccezionale, capace di reggere sulle spalle l’intero film senza mai scivolare nella macchietta, attraversa un girone di personaggi che dovrebbero aiutarlo a fare i conti con quello che ha fatto e che invece lo ributtano ogni volta più indietro: un avvocato d’ufficio che lo psicoanalizza al bar già pensando alla strategia dei domiciliari, una cartomante (Valeria Golino) che, con la leggerezza di chi consiglia una ricetta, gli suggerisce di commettere un altro omicidio per cancellare il primo.
Ma il cuore pulsante del film, quello che resta addosso più a lungo della sua stessa trama, è la domanda che pone senza mai formularla esplicitamente: di chi è la colpa, quando un crimine come questo viene sistematicamente minimizzato da chi dovrebbe occuparsene? Serpenti non punta il dito soltanto contro chi commette la violenza, ma contro un’intera catena di sguardi che si girano dall’altra parte, che vedono e non accusano, che intuiscono e si sentono comunque assolti perché, in fondo, non hanno fatto nulla di attivamente sbagliato. È una società in cui il non riconoscere le proprie colpe diventa l’alibi collettivo che impedisce qualsiasi forma di redenzione, e che finisce per spingere tutti, in fondo, verso lo stesso baratro morale, quello in cui nessuno è davvero innocente, perché nessuno ha davvero guardato.
Il registro grottesco, va detto, è un’arma a doppio taglio: c’è il rischio, in film come questo, che il paradosso finisca per anestetizzare proprio il tema che vorrebbe denunciare, che il sorriso amaro prenda il sopravvento sulla gravità della violenza di genere. Serpenti riesce a camminare su quel filo senza cadere, proprio perché non perde mai di vista il fatto che dietro l’assurdità burocratica c’è un corpo, una donna uccisa, una responsabilità che il protagonista non riesce a scrollarsi di dosso nemmeno quando il sistema stesso sembra volerlo fare per lui.
È uno dei film più riusciti visti a questa edizione della Mostra del Cinema di Venezia, capace di far ridere e insieme di lasciare l’amaro in bocca, di essere popolare senza essere semplicistico. E soprattutto è la prova che si può ancora parlare di un tema drammaticamente attuale come il femminicidio senza ripetere schemi già visti, trovando invece una lingua nuova, tagliente, che restituisce la gravità delle cose proprio nel momento in cui sembra volerle prendere alla leggera.







