Di western l‘Italia ne ha confezionati parecchi, sopratutto durante l’età dell’oro del cosiddetto spaghetti western… ma quanti furono girati e ambientati davvero in Italia? Una piccola minoranza, come sapranno gli appassionati del genere, dato che le storie prendevano spesso luogo negli Stati Uniti o in Messico, mentre per le location si preferiva sovente spostarsi in Andalusia, con qualche ovvia puntata locale.
È così che fra le tante cose interessanti che si possono rilevare di Testa o croce?, il nuovo film della coppia registica formata da Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis, già fattasi notare presso il pubblico più attento con Re granchio, c’è la scelta di realizzare un western che fosse autenticamente italiano, e non “all’italiana”.
Il titolo precedente dei due aveva rivelato uno sguardo autoriale interessante, sopratutto per come riusciva a mettere in scena il senso dell’avventura e della scoperta di fine ‘800 (ci riferiamo alla seconda parte, quella più western, che come ambientazione passava dalla Tuscia alla Terra dei fuochi) e per il modo in con cui univa tradizione popolare orale e ritmi da slow cinema.
Testa o croce?, complice anche un budget di tutto rispetto per un’operazione del genere e considerati anche i nomi coinvolti – Alessandro Borghi, John C. Reilly e Nadia Tereszkiewiczs, rappresenta un passo in avanti e un’evoluzione del cinema dei registi, declinato qui in un’accezione più apertamente commerciale: un western fatto e finito, che al suo interno nasconde però insidie, scarti, deviazioni, astrazioni e un desiderio ben poco recondito di giocare e destrutturare il genere, sempre però col massimo rispetto.
Testa o croce?: la trama
Ci troviamo per l’appunto a Roma, verso l’inizio del Novecento. Il sipario si apre sul famoso spettacolo in cui Buffalo Bill raccontava le leggende del vecchio West. Ad assistervi anche Rosa, moglie di un imprenditore locale, e Santino, buttero che risulta vincitore della famosa sfida tra i cowboy di Buffalo Bill e i mandriani locali. Legati da un gesto di violenza improvvisa, i due scappano insieme nella campagna laziale: lui con una taglia sulla testa, lei come presunta ostaggio. Nel corso delle loro peripezie nascerà un sentimento, scoppierà una rivoluzione contro il neonato governo unitario e soprattutto lo stesso Bill si metterà sulle loro tracce.
Testa o croce?: tutte le sfumature del western
Una ballata attraverso tutte le sfumature del western, così si potrebbe descrivere Testa o Croce?, film che si apre come una pellicola d’altri tempi, all’insegna di titoli di coda vintage e un bianco e nero digitale che ci immette in un’atmosfera stralunata, quella dei racconti del cowboy americano. Subito dopo i colori della pellicola 35mm – pastosi, caldi, materici, ottima la fotografia di Simone D’Arcangelo – ci presentano la giovane donna francese e il mandriano, cuore emotivo dell’opera e vera punto di svolta.
Testa o Croce? parte come un western classico, per poi assumere i connotati di uno spaghetti, quindi di un western revisionista e politico (ecco il 16mm durante le battaglie più feroci tra briganti e realisti) e infine si conclude come la versione surreale e femminista dello stesso genere.
Vorrebbe essere molte cose, inclusa un’opera estremamente libera, lo sforzo registico di Rigo de Righi e Zoppis. Un viaggio nei paesaggi del sud Italia, che diventano un personaggi al pari degli altri, i quali trovano il proprio significato e vedono riflesso il loro stato emotivo nell’ambiente; una riflessione sul genere come cartina di tornasole di una società; e quindi – per riflettere l’epoca attuale – una rappresentazione della crisi del maschio (il personaggio di Borghi, ispirato al Trinità di Terence Hill nelle movenze, è infatti un soggetto passivo trascinato dagli eventi) e del percorso di emancipazione femminile (la Rosa di Tereszkiewiczs passa da movenze feline da femme fatale alla scoperta della propria persona quale soggetto autonomo); e infine anche una meditazione sul valore del mito, la sua creazione e il suo sfruttamento a uso politico, con tanto di rimando alle fake news.
La rinascita del genere in Italia: l’ennesimo tentativo
Tutto ciò passa attraverso un linguaggio cinematografico estremamente popolare, con un budget adeguato alle pretese e alle aspettative, ma filtrato da uno sguardo d’autore sofisticato e attento ai dettagli che prende maggiormente il sopravvento nel finale, quando l’atmosfera si fa rarefatta e si tirano le somme. Non tutto si tiene con coerenza e si avvertono alcuni strappi nel passaggio da una fase all’altra – per esempio l’improvvisa irruzione della psicologia nell’economia del racconto, giacché i personaggi erano figure archetipiche – mentre la caratterizzazione molto forte dei personaggi, data da recitazione, costumi e scenografia, non si sposa sempre con la medesima felicità di scrittura degli stessi o la sequela di eventi appare più aleatoria del dovuto.
I pro in realtà sono molto maggiori dei contro e Testa o croce? segna decisamente un passo avanti per l’industria italiana, nonché l’opera da consigliare a chiunque si lamenti di prodotti nostrani validi di genere. Quante volte abbiamo potuto scrivere e sottoscrivere questa frase?







