Osgood Perkins è sempre stato un regista cui è stato imputato – più spesso a torto che a ragione – di mettere lo stile davanti al contenuto. Arrivato al primo film realmente su commissione, ovvero su una sceneggiatura non propria, il valente figlio d’arte, rampollo di un modo di fare horror che non è né elevated né commerciale, dimostra che forse la critica non era infondata. O quantomeno che questa tendenza potrebbe sfuggirli di mano.
Keeper è per l’appunto la risposta a una domanda fondamentale, nel campo dell’arte: se il contenuto non interessa all’artista, la forma si fa maniera? Sì, ma non è sempre così importante. Però si vede e si sente.
La trama del film, esposta in modo succinto, è alla fine dei conti quella di un Barbablù che calza i panni del folk horror contemporaneo: Liz (Tatiana Maslany) accetta di passare un weekend nel rifugio montano di famiglia del fidanzato Malcolm (Rossif Sutherland), un’isolata e moderna casetta nel bosco con finestre enormi, nessuna tenda, un fiume dal gorgoglio inquietante. Tra i due sembra andare tutto bene, per quanto non manchino incomprensioni, stasi e piccole crisi, almeno fino a ché Malcolm non sparisce dopo la visita di un suo sgradevole e lascivo cugino, anch’egli in dolce ma più superficiale compagnia, e la comparsa di una misteriosa torta. L’uomo lascia così Liz tutta sola insieme a qualcosa che la osserva, la manipola, la porta (forse) alla pazzia.
Il primo problema del film è probabilmente qualcosa che sarà balzato agli occhi leggendo la breve sinossi di cui sopra: i temi ci sono tutti — la violenza nelle relazioni, il gaslighting, il femminicidio — e sono immediatamente evidenti e facilmente indovinabili una volta disposte le carte in tavola. In effetti l’affascinante sequenza di apertura, che mostra una soggettiva di Malcolm di tute le donne frequentate e lasciate malamente, promette un film molto più misterioso e metafisico, mentre la realtà dei fatti è che ci si ritrova coi più classici stereotipi dell’horror.
Come abbiamo accennato all’inizio Keeper nasce probabilmente da una necessità produttiva più che espressiva, essendo stato girato mentre The Monkey era bloccato dagli scioperi degli sceneggiatori. A Perkins dunque, per non rimanere con la troupe ferma, è stato offerto lo script di uno sceneggiatore canadese, Nick Lepard, nel quale però si ritrova ben poco. E se sulla carta c’è tutto – manipolazione, abuso, la fiaba come exemplum del patriarcato — la regia non riesce mai a farli propri, forse anche per la superficialità delle idee alla base.
Manca dunque quella fede incrollabile nel male come forza concreta e reale, che è sempre stata la cifra più personale e preziosa del cinema di Perkins, autore di opere sempre imperfette, difettose, sbilenche ma anche incredibilmente potenti, suggestive, cariche di un’atmosfera maligna. Non a caso la sua mano registica continua a vedersi e in alcuni momenti fa ancora la differenza.
Basti pensare alla scenografia angolare della casa, alle inquadrature che progressivamente si restringono attorno ai personaggi, al lavoro di dissolvenze e sovrapposizioni del direttore della fotografia, in congiunzione con un montaggio che astrae i piani del reale da quelli del sogno – o dell’incubo, la solita colonna sonora dissonante e straniante a base di classici americani anni ’50. Perkins va quasi con il pilota automatico e anche così la qualità puramente formale è alta.
Keeper avrebbe anche potuto prendere la strada dello psicodramma invece che scivolare verso il più facile versante orrifico, anche perché sul versante recitativo i due protagonisti fanno meglio di quanto il materiale richiederebbe: Maslany in particolare costruisce una Liz che ha sfumature proprie, originali, né da moglie in trappola né da final girl, e la sua chimica instabile con Sutherland è forse l’unico elemento narrativo che mantiene una vera coerenza dall’inizio alla fine.
Keeper quindi tira le fila in un finale che è sia soddisfacente per l’entrata in campo di creature dal design inquietante e originale, sia deludente per il bisogno di spiegarsi, nonché per l’esiguità della spiegazione. L’epilogo è crudelissimo, per anche piuttosto scontato nel suo ribaltamento delle parti, ma per fortuna arriva quando l’attenzione andava esaurendosi.
Perkins realizza un horror molto al di sotto delle proprie possibilità, ma più che decente se lo si paragona alla media della produzione mainstream. Si trattiene comunque la sensazione che il nostro Oz sia il tipico autore capace di fare qualcosa di valido solamente quando crede davvero nella storia narrata – peccato per lui si tratti sempre di qualcosa di ontologicamente molto spiacevole.







