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Il suono di una caduta: recensione

IL SUONO DI UNA CADUTA

Meno male che esistono ancora film come Il suono di una caduta che, così come il già celebrato Sirat e a differenza di altre opere comunque di buon livello come Hamnet o La Grazia, sfidano la nostra concezione di ciò che è cinema, di ciò che il cinema può mettere in scena, e persino la nostra pazienza, lasciandoci tormentati a chiederci cos’abbiamo appena visto e perché ci ha tanto scossi. Ma soprattutto per fortuna esistono ancora opere che, senza diventare sperimentali, tentano di rinnovare il linguaggio cinematografico, unico vero specifico della più composita tra le “arti” – sempre che sia mai stata tale.

La seconda opera della tedesca Mascha Schilinski, vincitrice del Premio Speciale della Giuria al Festival di Cannes, si pone almeno sulla carta come il racconto delle vite di quattro donne, appartenenti a quattro generazioni della stessa famiglia, in un viaggio temporale nella storia della Germania (o quella che oggi chiamiamo così) lungo linee temporali differenti: gli anni della Prima Guerra Mondiale, il secondo dopoguerra, l’ultimo periodo della DDR e la contemporaneità. Unico elemento in comune l’ambientazione, una remota fattoria nell’Altmark, regione di confine della Germania, lambita da un fiumiciattolo, e che da magione famigliare si trasforma in casa vacanza con il passar del tempo.

Siamo però lontanissimi dalle grandi cronache romanzesche sudamericane perché nel corso delle due ore e mezza di durata del film capiremo sin da subito che i legami tra le quattro donne non sono affatto lineari, ma procedono per liberissime associazioni, per assonanze, rime interne, rimandi al limite dell’arbitrario; le immagini del film sono dominate da un’atmosfera funebre e rimandano a temi come il perpetuarsi della violenza in una molteplicità di forme, il richiamo della morte e dell’inorganico, la tentazione del disfacimento, la permanenza dei ricordi e dell’esperienze traumatiche in un unico luogo.

Non si lascia facilmente attraversare Il suono di una caduta, giacché spesso e volentieri, quando l’istanza narrativa viene un po’ meno a favore di quella espressiva, rende opache le proprie coordinate, difficilmente leggibili: inizialmente si resta frastornati dai tanti personaggi, dai cambi repentini di contesto storico, segnalati anche da una diversa patina fotografica (il formato quadrato è invece costante). Ed è come vivere in un incubo a occhi aperti, anche grazie a un lavoro sublime del direttore della fotografia Fabian Gamper tutto giocato sui toni del marrone, una generale spettralità delle immagini, da fotografie primo-novecentesche, e l’alternanza di scene oggettive e inquadrature soggettive (dall’attribuzione anche dubbia), distorte, piani sequenze fluttuanti con steady cam.

L’impressione è quella di trovarsi di fronte alla più compiuta trasposizione della letteratura del terrore quale quella dei racconti di Thomas Ligotti, in cui l’orrore è prima di tutto ontologico, riguarda la certezza – nel film oscillante – che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato nell’esistenza, il dubbio di essere dei pupazzi di carne, delle marionette inconsapevoli di essere tali. E se giustamente si sono fatti i nomi del Jonathan Glazer de La zona di interesse e del Michael Haneke de Il nastro bianco, un paragone non troppo peregrino, per quanto azzardato, potrebbe essere quell’opera esile, al limite del miraggio, che è Sono la bella creatura che vive in questa casa firmata da Oz Perkins.

Ma non è tutto rose e fiori (?!) in Il suono di una caduta. L’enorme fatica a entrare nel film che si esperisce nella fin troppo lunga prima parte, introduttiva dei vari segmenti, deriva anche dall’attenzione con cui Schilinski ha ricreato l’atto del ricordare, il tentativo di dare forma alle proprie percezioni, anche quando non si hanno le parole adeguate. Più volte le protagoniste confidano di percepirsi al di fuori, separate dal proprio corpo, oppure non riconoscono le proprie sensazioni, o ancora ne riconoscono un’assenza. Ciò si riflette in un incedere glaciale, ostinato e sofferente – teutonico nel senso più stereotipico e banale, ma veritiero – che pone a grande distanza lo spettatore.

Discorso antipatico, ma indubbiamente una scelta più netta rispetto a ciò che sarebbe dovuto comparire nelle due ore e mezza del film avrebbe donato una maggiore compattezza a un’opera che in ogni caso non risparmia sovente sprazzi di grande fascinazione, inquietudine pulsante, orrore esplicito, implicito, inespresso o aleggiante nei rapporti famigliari, nelle cose del mondo e nel mondo stesso.

Ci si chiede se una maggiore chiarezza e nettezza, nella forma di un lavoro più deciso al montaggio, avrebbe giovato al film; l’esempio massimo è la possibilità di una sottolineatura maggiore del punto di vista e dell’esperienza femminile e infantile che con ogni evidenza informa la visione de Il suono di una caduta e che, pur presente in modo forte, è in fondo più suggerite e allusa che affrontata.

Il suono di una caduta è un film che con ogni probabilità risulterà respingente e di cui è alquanto inutile, se non proprio deleterio, tentare di definire una trama (non mancano traumi, turbamenti, ossessioni, piccoli e grandi abusi, inquietudini, attaccamenti morbosi, tragedie, meschinità, pensieri malati, tentazioni suicidarie), che denuncia tanto un talento straordinario quanto l’assenza di qualcuno che abbia posto dei paletti e dei confini a queste capacità, per preservare una parvenza di piacere della visione.

Il rischio dunque è elevato, prendere o lasciare e il guadagno è tutt’altro che assicurato – come quando ci si incaponisce nel voler conoscere una verità spiacevole. Ma è indubbio che questo film segnali la nascita di una voce potente nel cinema contemporaneo che sarà impossibile ignorare.

Autore

  • Alessio Cappuccio

    Alessio Cappuccio si è laureato in Letteratura Moderna presso l'Università degli Studi di Milano con una tesi sulla trilogia dei colori di Krzysztof Kieslowski.

    Nel frattempo ha iniziato a scrivere sul portale di informazione web Blogosfere nella sezione spettacoli, per cui è stato anche inviato durante la Mostra Internazionale del Cinema di Venezia e la Festa del Cinema di Roma.

    Nel corso della sua carriera ha lavorato e collaborato con una serie di realtà editoriali come Leonardo.it, Triboo, Studentville, ScuolaZoo, Milano e Roma Weekend, Londra da vivere spaziando dalla politica al tempo libero, la scuola, le nuove tecnologie, con un occhio di riguardo al cinema, sua vera passione.

    Dopo un Master in Critica Giornalistica presso l'Accademia d'Arte Drammatica Silvio D'Amico, e una parentesi da videomaker, si è trasferito in pianta stabile a Roma, dove co-dirige Popcorn&Podcast, il più grande e autorevole podcast di cinema dell'universo.

    In genere non parla di sé in terza persona.

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Data pubblicazione: 02/23/2026
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