43 anni, appena tre film alle spalle, il regista spagnolo-francese Oliver Laxe si appresta a imprimere un segno indelebile nella storia del cinema con Sirat, film vincitore del Premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes.
E il cineasta lo fa scartando tutto ciò che è ormai diventato comoda e solida base per la costruzione di un’opera cinematografica: personaggi dalle psicologie forti, un racconto da decifrare nelle sue svolte narrative, nonché una posta in palio finale ben chiara e definita sin da subito.
Al contrario Sirat è un’opera che si avvicina molto – facendo utilizzo dello specifico linguaggio filmico – all’esperienza di un concerto di musica elettronica, anzi meglio ancora di musica techno, durante il quale il flusso audio impone l’abbandono al potere dei beat, l’accoglienza senza riserve delle vibrazioni dei bassi e una resa totale nei confronti del suono.
Allo stesso modo in cui è questo, in un live del genere, a muovere il corpo, e non viceversa, Sirat in quanto opera cinematografica chiede di essere esperita più che capita, attraversata e fatta scorrere davanti e sopratutto dentro di sé, al fine di smarrirsi per poi ritrovarsi alla fine.
Pochi gli elementi di trama realmente significativi: seguiamo le vicissitudini di un padre e un figlio con cagnolino al seguito che, di rave in rave, chiedono insistentemente ai partecipanti se hanno visto la figlia-sorella dei due (di cui poco si sa, ma che si ipotizza scomparsa o fuggita).
Sullo sfondo di questi enormi live techno nel deserto sparuti accenni di un conflitto globale, preludio di una Terza Guerra Mondiale. I due protagonisti, spinti anche dalle circostanze e dall’intervento di alcuni militari non meglio identificati, decidono di seguire un gruppetto di raver molto eterogeneo – più di uno dei personaggi è infatti mutilato o variamente “alternativo” – al fine di continuare la propria ricerca raggiungendo l’ultimo evento della stagione. E forse del mondo, visto la piega che prenderanno gli eventi.
Fin dai primi minuti è interessante notare come Laxe eviti di usare meccanismi narrativi tradizionali, preferendo concentrarsi sulle figure della ripetizione e della variazione del ritmo delle immagini. Non c’è suspense e non c’è dramma – ma ci sarà tragedia – perché la condizione dei personaggi è quella di una continua instabilità, anche perché non esiste una progressione psicologica lineare né un’evoluzione chiaramente leggibile dei conflitti.
Il film visto da lontano potrebbe ricordare gli ultimi due capitoli della saga di Mad Max diretti da George Miller, per il ruolo preponderante che ha la musica, l’azione e la forza di immagini purissime nel viaggio attraverso il deserto a bordo di veicoli che diventano quasi un’estensione del corpo, altro elemento centrale del film, insieme all’idea di una comunità e di un’identità provvisoria che si forma e si disgrega lungo il tragitto.
Altro riferimento imprescindibile è Sorcerer – Il salario della paura, capolavoro della tensione di William Friedkin, che viene citato esplicitamente in un paio di sequenze di estremo pericolo e di grande fascinazione per gli abissi metafisici che evocano.
E altrettanto scoperta è la destinazione metafisica di questo viaggio, che può apparire lisergico per la dilatazione di spazio e tempo operata, in cui ogni avanzamento implica una perdita, una rinuncia, un lutto. Ma mai fine a se stesso. Sirat, che al di là di tutto non si può non ammirare per lo sforzo produttivo e per il controllo formale assoluto di Laxe, si impone come un processo trasformativo non soltanto dei personaggi ma anche dello spettatore stesso che, nelle parole del regista, “può fare così esperienza della morte e della rinascita”.
Ultimo elemento imprescindibile, forse il più importante, è quello all’elemento centrale della musica composta da Kangding Rai, che si fa fatica a chiamare colonna sonora. Il suono infatti, dominato da pulsazioni elettroniche e suoni ossessivi e slabbrati, non soltanto sorregge e accompagna le immagini, ma le invade, le pervade, le vampirizza, in alcuni casi le anticipa o le contraddice, ponendosi in un rapporto dialettico che ha poco a che vedere con l’evocazione di un sentimento e più quello di costruzione di senso, anche con maggior peso rispetto ai dialoghi.
In questo senso la sua funzione è quasi rituale, lo strumento di celebrazione di un cerimoniale che alla fine offre più domande che risposte, e proprio in questa enigmaticità (si possono ritrovare suggestioni tanto politiche quanto sociali, passando per un ampia galassia socio-emotiva) trova la sua forza più autentica. In un panorama dominato ormai da lunghissime e quasi infinte narrazioni seriali, Sirat sembra essere l’antidoto alla strapotere dell’affabulazione come unica arma a disposizione







