Sono gli ultimi fantasmi di Christian Petzold quelli che popolano il suo Miroirs No.3 – Il mistero di Laura già passato per la Quinzaine des Cinéastes a Cannes 78, che è un altro lavoro finissimo del cineasta tedesco, lo spaccato emotivo tra un presente claudicante e il suo trauma perennemente fuori campo.
Quello di Petzold è un cinema colmo di psiche e ingranaggi affettivi, che sembrano così matematici per la severa messa in scena, eppure vibrano di densa umanità. Come le mani di Laura (Paula Beer) sui tasti del pianoforte che costruiscono sinfonie senza tempo, con il sole primaverile a baciarne ogni nota. È una musicista berlinese, coinvolta in una di quelle storie d’amore arrugginite dall’abitudine, in cui fa fatica a riconoscersi. Durante un’escursione in campagna Laura e il suo fidanzato Jakob restano coinvolti in un incidente dai risvolti lontani: lui muore sul colpo, lei no, anzi (ri)comincia a vivere.
Ed ecco che il trauma – una costante fuoricampo in Petzold come fosse un puzzle da ricomporre con ingegno spettatoriale – diventa il miglior “pretesto” drammatico possibile, la soglia sottile tra la vita di ieri e quelle di domani. Da quel momento ogni attimo, gesto o parola avrà a che fare con armonia e fantasia nei giorni post-trauma di Laura, con la signora Betty a prendersi cura di lei sin dall’incidente accaduto proprio davanti la sua casa in campagna.
Solo gli sguardi pigri si fermerebbero al minimalismo di Miroirs No.3 per parlare di un film semplice, ma la verità sta nello stesso titolo che omaggia Une barque sur l’océan di Maurice Ravel: il terzo dei cinque brani pianistici – i Miroirs, per l’appunto – è uno scorcio impressionista sul mare e la sua dispersione. Onde che non sanno essere casa per equipaggi bisognosi di riparo.
Allora arriva un segno, una pulsione di vita nuova tra personaggi dalle ferite e i vissuti interconnessi: Laura vorrebbe sentirsi accudita, Betty (nuovamente) materna. Tra loro nasce una fresca sintonia all’insegna delle arti, un’intima terapia dove non c’è spazio (almeno all’inizio) per l’ordine e il metodo dei maschi.
Poi la realtà nella casa di Betty si infittisce di nuovi intrecci, parole e abitudini come una ferita familiare, gelosamente taciuta, che riaprendosi condiziona anche il presente. D’altronde, siamo in piena poetica di Petzold, che è un grande narratore di donne tormentate: dalla docile Undine alla glaciale donna d’affari in Yella passando per la sofferenza incasellata nel viso di Nelly ne Il segreto del suo volto.
Miroirs No.3 non ha la loro stessa potenza drammaturgica, ma è un film essenziale che chiede ascolto e lo fa con la solita grazia di uno dei migliori autori del cinema tedesco.







