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Oceania: recensione

oceania live action recensione poster

A volte i live action fanno fatica ad entrare nel cuore e questo remake di Oceania, diretto da Thomas Kail (già regista di “Hamilton”), è tanto un adattamento fedele a livello di inquadrature e di narrazione dell’omonimo classico animato Disney, quanto nelle scenografie – come per esempio nella riproduzione del villaggio dei protagonisti.

La mancata volontà di proporre scene diverse, che riescano a raccontare i personaggi in maniera più profonda o semplicemente a rivelare qualcosa di più, impreziosendoli di spunti nuovi, va a dissipare anche tutta un’esplosione di emozioni comunque presente nel film.

Nel lungometraggio però, fa capolino una debuttante che ha centrato bene il personaggio – Catherine Laga’aia nel ruolo di Vaiana – mentre Dwayne Johnson (“The Rock”, già doppiatore di Māui), che interpreta il semidio Māui, riprende sì il carisma della versione animata, ed è sicuramente divertente vederlo indossare quella parrucca, ma sembra mancare di qualcosa, forse un po’ di pancia.

A differenza di altre produzioni del genere (come per esempio Lilo & Stitch), è coraggiosa e onorevole la scelta di un cast interamente composto da attori di origine polinesiana e delle isole del Pacifico. È una decisione che conferisce credibilità alle coreografie tribali, ai costumi e alle tradizioni mostrate, rendendo l’intera rappresentazione culturale molto più autentica. Un qualcosa che viene reso possibile, solo quando si lavora a stretto contatto con esperti culturali, spesso del posto; in questo caso è stato tutto supervisionato da un comitato di antropologi, storici e anziani nativi hawaiani e polinesiani, tributando il massimo rispetto e utilizzando tecniche artigianali originali delle tribù della Polinesia, quindi garantendo anche l’accuratezza storica e culturale dei costumi e delle scenografie.

La costumista del film, Liz McGregor, ha guidato un team che ha confezionato a mano oltre 2.000 abiti e ornamenti ad Auckland, la più grande città polinesiana al mondo. I dettagli sui costumi tribali includono diversi materiali tradizionali e quindi trovarsi di fronte a colori più tenui e naturali, rispetto alla versione animata, è un chiaro segno dell’utilizzo di materiali originariamente usati dalle tribù. Non a caso pare siano stati impiegati tessuti in tapa (una corteccia d’albero battuta tipica di Samoa, Tonga e Fiji, gonne tessute in pandano, piume rosse (simbolo di regalità e status sacro) e perline ricavate da elementi naturali dell’isola.

Per gli abiti di Vaiana, della nonna Tala e dei ballerini di Motunui sono stati utilizzati fibre naturali, tessuti intrecciati a mano, conchiglie e pietre vere provenienti dal Pacifico. Ad esempio, per gli abiti cerimoniali più importanti (come la corona Tuiga) è stata usata la Tapa fine (un tessuto tradizionale ricavato dalla corteccia d’albero). I gonnellini di Maui? Realizzato intrecciando foglie fresche di Ti (Ti leaves), che venivano misurate e sostituite regolarmente sul set per mantenerle vive.

Tutto ciò si riflette chiaramente anche nei tatuaggi per richiamare l’autenticità di quelli tradizionali, come il Tā moko māori. Ogni simbolo presente sul corpo di Maui e degli altri membri della tribù riflette la vera narrazione genealogica e spirituale della cultura polinesiana: si tratta di simboli identitari (Mana), studiati direttamente nei musei e che si ripetono nei costumi con motivi grafici stampati; i tatuaggi (Whakairo) riprendono invece i pattern sacri della tradizione samoana, tongana e maori, evitando così di replicare i pattern generici che in passato avevano sollevato critiche di appropriazione culturale (la cosiddetta “brownface”) sopratutto con il merchandise dell’originale del 2016.

Similmente l’impatto visivo deve molto alla scelta di ambientazioni con panorami mozzafiato, grazie a riprese effettuate tra i set reali alle Hawaii e ad Atlanta. I colori accesi dell’oceano e la CGI applicata alle scene d’azione – come lo scontro con i pirati Kakamora e il demone di fuoco Te Kā, Te Fiti – sono molto suggestivi, al contrario per esempio di alcuni elementi che forse stonano, come l’effetto realismo su Hei Hei, mancando di una vera fluidità e di colori che appiattiscono l’immagine, probabilmente diminuendo l’effetto dei suoi interventi comici. Apprezzabilissimo l’utilizzo di CGI per gli animali, che ne evita lo sfruttamento, mentre duole notare che le scene marittime risultano essere meno credibili rispetto al film animato, seppur sempre suggestive.

Detto ciò, Oceania in versione live action è un prodotto confezionato con una grandissima cura tecnica e produttiva, ideale per le famiglie e per le nuove generazioni che non hanno visto l’originale o che l’hanno visto, ma vogliono riviverne le emozioni, anche perché racconta una storia di famiglia e tradizione, ma è anche un’avventura da vivere insieme, cantando ancora le canzoni che lo hanno reso celebre.

Autore

  • Valentina Di Geronimo

    Quando ami il cinema, ne diventi parte, soprattutto se nasci e vivi a Roma.

    Ovunque passi trovi transennato o sò i lavori o semo noi che lavoramo.

    Quindi o cadevo in una buca o ne costruivo una finta per un film.

    Perché il cinema è sempre stato una costante nella mia vita, come anche scrivere pessime recensioni, ma io scrivo a sentimento, mica come Chat Gpt.

    Io il cinema lo vivo direttamente, sono un’artigiana, lavoro con diversi ruoli nell’ambito della scenografia e del costume, utilizzando ancora quelle dieci dita che sò le mano, altro che AI.

    Ma ferm* tutt*, l’amore incontenibile per cosa? Che domande la stop motion e l’animazione, il top del top nel cinema: non esiste ancora nulla di paragonabile per perfezione,.Chi mi conosce bene sa che è il mio mondo, la mia essenza, è dove sono perfettamente a mio agio, la mia comfort zone.

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Data pubblicazione: 07/17/2026
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