Spider-Man: Brand New Day – La Marvel ha dimenticato chi è davvero Peter Parker
Quando è finito No Way Home sembrava che la Marvel avesse finalmente riportato Spider-Man alle sue origini: Peter Parker era rimasto solo, nessuno ricordava più chi fosse. Niente Avengers, niente tecnologia miliardaria, niente amici pronti ad aiutarlo, era il momento perfetto per ricominciare.
E invece Brand New Day sceglie la strada più semplice, quella più sicura, quella che ormai la Marvel percorre da qualche anno. Sono passati quattro anni dall’ultimo film dedicato all’Uomo Ragno, nel frattempo ci siamo abituati alle serie Disney+, da Daredevil a The Punisher fino a Wonder Man, prodotti che spesso sembravano più interessati a preparare il capitolo successivo che a raccontare davvero una storia.
L’aspettativa era che il ritorno al cinema di Spider-Man fosse diverso, più coraggioso e personale.
Purtroppo non è così, perché il problema più grande di Brand New Day è che non osa mai, ogni scelta sembra studiata per non scontentare nessuno.
C’è Frank Castle perché è uno dei personaggi più amati dai fan; c’è Hulk perché ogni tanto serve qualcuno che spacchi tutto; arrivano riferimenti agli X-Men, ai Nuovi Avengers e ai prossimi capitoli dell’MCU, come se il film avesse continuamente bisogno di ricordarci cosa verrà dopo invece di concentrarsi sul presente. Persino il nuovo costume sembra progettato per rassicurare i nostalgici, troppo simile a quello creato da Sam Raimi, troppo diverso da quello dei capitoli successivi.
Il risultato è un film che guarda continuamente fuori da sé e finisce per dimenticare il suo protagonista, perché il vero problema non è la trama, ma è Peter Parker: Spider-Man è sempre stato il supereroe più umano della Marvel, un ragazzo brillante, ma che non era il super genio che viene raccontato qui. Un adolescente che perdeva le persone che amava, che non riusciva a pagare l’affitto. Un ragazzo che somigliava ai migliaia di lettori di tutto il mondo, con solo una differenza; Peter Parker cercava disperatamente di conciliare la vita privata con quella da supereroe.
Qui invece Peter sembra aver perso tutto ciò che lo rendeva speciale. È solo, sì, fa fatica ad andare avanti dopo la perdita di zia May, e le scene in cui tutti i giorni porta dei fiori sulla sua lapide sono strazianti. Ha perso i suoi migliori amici, ha perso MJ che cerca disperatamente di ritrovare. Eppure tutta quella solitudine non diventa mai davvero un peso narrativo, si perde all’interno della storia, si aggiunge un mattone alla storia, ma poi non si finisce mai di costruire.
Peter si limita a tormentarsi per gli amici perduti mentre passa il resto del tempo a costruire tecnologia impossibile, progettare intelligenze artificiali e risolvere problemi scientifici nel giro di pochi minuti. Più che Spider-Man sembra Tony Stark con le ragnatele. Ed è proprio qui che il film tradisce il personaggio.
Peter Parker non è interessante perché è il più intelligente della stanza, ma è interessante perché, nonostante tutta la sua intelligenza, continua a sbagliare, continua ad essere un ragazzino adolescente che non ha nessuno che gli faccia da mentore e gli spieghi la giusta via. Continua a cadere e a pagare il prezzo delle proprie scelte.
Qui invece sembra poter fare qualsiasi cosa. Acquisisce nuovi poteri? Beh sa gestirli perché ha visto altri Spider-Man che sapevano gestirli. Non riesce a trovare una soluzione ad un problema tecnologico? Beh allora va dallo scienziato più intelligente della terra ossia Banner, e si fa dare una mano. Insomma, quando un protagonista può fare tutto, smette di emozionare.
Nemmeno la regia riesce a imprimere una vera personalità al film, perché seppur le scene d’azione siano spettacolari assomigliano troppo a qualsiasi altro blockbuster Marvel. Manca quell’identità visiva che aveva reso memorabili altri capitoli della saga.
Si combatte tanto, si vola tra i grattacieli, si distrugge parecchio, ma raramente si ha la sensazione che tutto questo abbia davvero un peso. Inserire Frank Castle nella storia significava creare un’autenticità diversa, vite spezzate a colpi di fucile. Invece si limitano a censurare le parolacce di Frank, a sparare senza colpire nessuno… Insomma non si prendono realmente sul serio le caratteristiche del personaggio.
Anche i momenti emotivi sembrano costruiti con il freno a mano tirato. Le emozioni, i momenti romantici sono costruiti malamente: anche quando Peter Parker dice “Ti amo” alla sua MJ non emozione, arriva nel momento sbagliato.
Si percepisce il tentativo di ricreare l’impatto di No Way Home, inserendo citazioni agli altri Spider-Man, includendo nuovi cattivi che però hanno un timing sullo schermo di qualche secondo. Si allude ai nuovi membri degli X-Men, si vuole emozionare come aveva fatto Endgame, ma quei momenti funzionavano perché erano il punto d’arrivo di un percorso durato anni. Qui sembrano semplicemente replicati, e la differenza si sente.
Certo, qualcosa di buono c’è: l’ingresso di alcuni nuovi personaggi lascia intravedere possibilità interessanti per il futuro e senza fare spoiler, il ruolo affidato a Sadie Sink è probabilmente uno degli elementi più intriganti del film. Ma sono spunti che non bastano a sostenere oltre due ore di racconto.
Alla fine Brand New Day lascia una sensazione piuttosto amara, quella di un film che aveva tutte le carte in regola per inaugurare una nuova fase di Spider-Man e che invece preferisce rifugiarsi nella comfort zone del Marvel Cinematic Universe, senza correre rischi e cambiare davvero o sorprendere.
Ed è forse questa la delusione più grande, perché dopo la fine di No Way Home Peter Parker aveva finalmente la possibilità di tornare a essere il ragazzo del Queens – quello che sbagliava, che soffriva, che cadeva e si rialzava.
Invece è diventato soltanto un altro supereroe dell’MCU. E Spider-Man non avrebbe mai dovuto essere soltanto questo.







