“Beetlejuice, Beetlejuice” ci ha messo 36 anni per vedere la luce, nello stesso tempo si possono accumulare 2 cicli di Saros, oppure abbastanza contributi per farsi la pensione nel Cilento; Tim Burton ha preferito prendersela comodamente, non che fosse obbligatorio il contrario. Forse sono mancate alcune cose, prima fra tutte la sorpresa, il piacere del “non aver già visto”.
Nell’88 portare in stop-motion un Serpe-Keaton con ciò che c’era a disposizione avrà avuto sicuramente il suo impatto, così come impiegati impiccati dell’aldilà e facce deformate. Effetti sicuramente più che convincenti, ma oggi? Tra recast e restauro un po’ di grip è andato sfumandosi: Jenna Ortega resta copia incollata da Mercoledì Addams, senza poterne mettere in scena il meglio, a metà strada tra una Matilda sei Mitica e una Cirilla di Cintra; Catherine O’Hara ophrizzata e orfana di Jeffrey Jones paga da un lato le aggiustature del personaggio, dall’altro il tempo che passa; Winona Ryder, invece, ha visto stravolgere la sua Lydia, ma non era quello che ci meritavamo.
Beetlejuice Beetlejuice è una pellicola che vuole essere molto televisiva e poco attoriale, un giusto disimpasto emozionale in linea con il pubblico pagante, l’amore che vince la famiglia che resta, bello ma non era questo il punto. Penuria d’azione, filoni narrativi frettolosi e quasi nulla del “porcello” che ricordavo, Monica Bellucci letteralmente lanciata in questa pellicola e quel giudice Morton, incompiuto, che forse poteva raddrizzare la barca. Molto simpatici Denny De Vito (che senza Giorgio Lopez sembra dimezzato) e Willem Dafoe, quasi quanto gli impiegati testolina di Beetlejuice. Il Soul-train è una cosa geniale. Almeno quella.







