Sono Simone Albano, il Direttore di Popcorn & Podcast e da anni cerco di raccontare il cinema senza filtri, andando oltre le mode del momento.
Scrivo questo editoriale di fine anno perché ho la necessità di mettere in chiaro una volta per tutte cosa sta succedendo nel cinema italiano. Non scrivo per compiacere, ma per capire e far capire.
Sento il bisogno di parlare in prima persona, non come cronista, ma come uno dei tanti professionisti che il cinema lo fa — o meglio, lo faceva.
Da tanto tempo ormai si parla di crisi del cinema italiano, di stop del lavoro sui set… ma nessuno ha mai spiegato realmente cosa stia accadendo.
Così ho deciso di fare un po’ di chiarezza e dirvi la verità su quanto sta accadendo in Italia da circa 2 anni. Perché nel 2024 i numeri sono impietosi: il 90% dei lavoratori dell’audiovisivo in Italia non ha lavorato durante l’anno. Non è un freddo dato, è la realtà che viviamo giorno dopo giorno (i dati che seguono sono stati raccolti tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025).
Io stesso, che di professione faccio l’aiuto regia, da due anni non lavoro più. Prima collaboravo con piccole produzioni autoriali, quei progetti che davano senso alla parola “cinema indipendente”. Con la crisi e l’impossibilità di accedere ai fondi pubblici, quelle produzioni si sono fermate. E con loro, le chiamate di lavoro.
Eppure i grandi nomi continuano a girare: Avati, Sibilia, Ficarra e Picone, Martone.
E sapete perché questi nomi continuano a lavorare? Perché sono “obbligati” a produrre film senza sosta per non perdere i contributi automatici: per chi non lo sapesse, si tratta di un contributo statale che agevola sul prossimo film nella forma di fondi da reinvestire entro cinque anni in attività di sviluppo, produzione e distribuzione.
Se non viene usato quel contributo entro un tot di tempo, per l’appunto, scade. Ed ecco perché i film escono in velocità, l’uno dietro l’altro, e spesso con storie non troppo definite, vagamente abbozzate.
Questo è uno dei tanti problemi che abbiamo in Italia. Ma non solo per quanto riguarda il cinema: anche le serie tv ultimamente producono molto lavoro, pensate che in un anno ne vengono prodotte di originali tra le 30 e le 60.
E perchè secondo voi? Per lo stesso motivo sopra riportato.
Ma quindi? Perché si dice “Eh, non si lavora, non c’è lavoro, il cinema è morto”?
Ci arriviamo con calma. Quello che posso anticiparvi è che è vero che ci sono produzioni che continuano a lavorare, ma a quali condizioni? I salari sono dimezzati, perché si accettano paghe più basse del solito, molto più basse. E questo non vuol dire crisi?
Questo non è solo uno sfogo personale. È un grido d’allarme: se non si interviene sulla distribuzione delle risorse, se non si protegge chi lavora nel cinema “minore”, presto non ci sarà più nessun vivaio da cui far nascere i grandi nomi del futuro.
La crisi del cinema italiano con i dati alla mano
Come dicevo precedentemente i dati sono allarmanti, se si pensa che nel 2024, secondo il 90% dei professionisti dell’audiovisivo in Italia non ha avuto lavoro.
Anche se il governo continua a dare smentite, i dati sono reali.
Nello stesso anno la Direzione Generale Cinema e Audiovisivo ha certificato 400 opere completate: 263 film “100% italiani” e più di 103 coproduzioni. Il box office totale italiano è stato di circa 494 milioni di euro con 69,7 milioni di biglietti venduti.
Questo cosa vuol dire che il cinema va bene? Assolutamente no. I titoli aumentano è vero, e lo abbiamo visto prima, ma a lavorare sono sempre gli stessi registi, e anche, purtroppo, sempre gli stessi attori o attrici. Ciò produce così un circolo vizioso per cui il pubblico va al cinema perché affezionato a quei volti, a quel tipo di cinema.
Non a caso il film più visto nelle sale nel 2024/2025 è stato “Diamanti” di Ferzan Ozpetek, che ha nel cast tutti i volti femminili più noti degli ultimi 30 anni.
Ora però vi starete chiedendo: “Che importa? basta che la gente vada al cinema”. Eh no… perché se in un anno vengono prodotti 5 film con Lillo e 4 di Edoardo Leo, vuol dire che i registi emergenti che vogliono fare la loro opera prima sono fermi, bloccati. E spesso rimangono bloccati proprio perché le produzioni non vogliono rischiare. E perchè non rischiano? Perché non ci sono i fondi pubblici.
Eh sì. In Italia il 90% dei film sono prodotti dallo Stato, ed ecco qua il motivo per cui lo Stato non parla della crisi.
Risultato? I lavoratori del cinema soffrono, i generi diversi scompaiono, e se si prova a crearne di nuovi – come ad esempio sta provando a fare la nuova generazione di autori come Alessandro Marzullo, privi di fiducia dei produttori, quindi costretti all’autoproduzione, o se ce la fanno ad essere prodotti e distribuiti, come il caso di Alain Parroni – poi hanno una finestra di visibilità bassissima, perchè non sono “nessuno”. All’ultima Festa del cinema di Roma l’esordiente Alberto Palmiero ha portato un’opera indipendente di grande contenuto, vincendo anche il premio per miglior esordio, ma non ha nessuna distribuzione al momento, per quanto se ne stia occupando Fandango.
Cosa diversa avviene per i nomi Under 35 che hanno la possibilità di lavorare all’interno di un sistema che consente loro di non faticare per realizzare le loro opere prime. Sostanzialmente giovani raccomandati, già inseriti all’interno del sistema cinema per proprie conoscenze o per appartenenza a famiglie importanti del mondo dello spettacolo (o politico).
E quindi quando si parla di crisi, di cosa si parla, citando e storpiando Carver?
Si parla anche di questo, della difficoltà dei giovani registi e sceneggiatori di potersi fare avanti.
Se da una parte dunque c’è una crisi dettata dalle leggi del cinema che non funzionano, e dalla questione fondi, dall’altra c’è un’impossibilità di portare volti nuovi.
E se questo è quanto accade agli autori, al vertice di una piramide sociale del cinema che non funziona, immaginatevi cosa può succedere ai lavoratori dello spettacolo, alle maestranze che hanno studiato, acquisito conoscenze per lavorare, improvvisamente surclassate, spodestate e sorpassate da “raccomandati”, figli, nipoti, amici di… insomma, persone che possono permettersi di non essere pagate o di accettare un compenso più basso del solito. Persone che col loro comportamento inquinano e sabotano il mercato del lavoro cinematografico.
E quindi nel momento in cui le produzione ripartiranno, secondo voi chi chiameranno subito a lavorare? Ecco come arriviamo alla percentuale citata in apertura, quel 90% di lavoratori a casa.
Ora voi direte…si ma cosa c’entra tutto questo?
Questo è per dire che molti film italiani, specialmente indipendenti, vengono realizzati in gran parte da chi il cinema lo vorrebbe senza storture. E quando per qualche intervento divino questo tipo di cinema viene realizzato, non trova spazio nelle sale. La maggioranza delle opere viene distribuita in poche copie, con uscite lampo di pochi giorni e con zero pubblicità. Nel frattempo la “torta” da spartirsi è sempre la stessa, e i film devono muoversi in un mercato saturo e spesso già occupato da nomi più importanti.
Le produzioni indipendenti oggi: casi concreti
Ecco cosa significa fare cinema in Italia se non sei nel giro grande:
- “Il complottista” (Valerio Ferrara, 2024): opera indipendente, basso budget, uscita in poche sale con distribuzione limitata, incasso attorno ai 39.000 euro.
- “Non credo in niente” (Alessandro Marzullo, 2023): budget contenuto, distribuzione evento/locale, incasso di circa 32.900 euro.
- Ciro De Caro: autore che ha provato a girare film con 100.000 euro di budget, ma senza riuscire a rientrare dei costi.
Questi non sono casi isolati. Sono la fotografia di un settore che non riesce a dare spazio né promozione al nuovo cinema italiano.
La crisi degli under 35
Secondo ANSA e WGI/100Autori, il 75% dei registi e sceneggiatori under35 vive sotto la soglia di povertà (≈ 15.000 €/anno).
Gli sceneggiatori guadagnano mediamente 12.229 €/anno (la metà sotto i 5.000 €), i registi 13.947 €/anno (molti sotto i 7.000 €).
Conosco personalmente tanti sceneggiatori che hanno in mano le storie che potrebbero risollevare il cinema italiano. Giovani, Under 35 ma che non hanno accesso al circoletto del cinema italiano.
Sapevate che se uno sceneggiatore vince il MiBACT per lo sviluppo della sceneggiatura, bando ministeriale che stanzia milioni di euro al fine di portare avanti la scrittura di uno script, dopo aver ricevuto i 20.000 euro, è costretto poi a cercare egli stesso un produttore?
Non esiste un ponte tra ministero e produzioni. Non esiste una facilitazione da parte di chi emette quei soldi. Non ci sono tutele, non c’è una legge che prevede una collaborazione tra sceneggiatori e produzioni.
Autori come Vincenzo Alfieri, Alain Parroni, Luna Gualano, Niccolò Falsetti, Giulia Steigerwalt hanno talento e storie forti, ma percorsi durissimi: ottenere i fondi è una cosa, distribuire il film in sala e farlo sopravvivere è un’altra.
Distribuzione, sale, pubblico
Poi c’è un altro problema.
Se i film vengono fatti, poi non trovano spazio nelle sale: la maggioranza ha poche copie, uscite lampo, zero pubblicità. E non parliamo solo di cinema indipendente.
Fare film con budget bassi senza visibilità o distribuzione significa rischiare di non rientrare mai dell’investimento. Anche l’auto distribuzione è onerosa e spesso non remunerativa.
Il tax credit, in teoria, dovrebbe aiutare. In pratica, per chi non ha già risorse e contatti, è pieno di ostacoli: requisiti, garanzie, tempi lunghi. Molti progetti restano nei cassetti, visibili solo ai festival.
Il risultato è perdita di talenti, e cartelloni dominati dalle commedie “sicure” e dai “volti noti”. Film che funzionano perché sono riconoscibili e danno garanzia ai produttori. Cosa comporta questo: la varietà del cinema soffre, i generi più “particolari” scompaiono.
Un altro problema della distribuzione è la programmazione delle sale cinematografiche e l’offerta delle distribuzioni, dominata da una netta maggioranza di titoli stranieri. Non c’è tutela in questo. Non si creano così né incentivo né protezione del film italiano. Soprattutto se poi il costo del biglietto di Avatar rimane uguale al costo del biglietto di un film indipendente italiano.
Cosa succede fuori dall’Italia?
Gli altri Paesi hanno sistemi che, pur con difetti, garantiscono che il cinema non sia solo un privilegio dei “già noti” ma un campo aperto a chi osa e sperimenta. In Italia quel campo si restringe ogni anno.
Per tornare al problema dei lavoratori dello spettacolo, in Francia ad esempio, il sistema degli intermittents du spectacle è consolidato: nel 2023 si contavano circa 312.000 lavoratori intermittenti, con milioni di ore lavorate e una massa salariale di oltre 3 miliardi di euro. Un sistema che offre tutele nei periodi di inattività e consente ai professionisti di restare nel giro anche fuori dalle produzioni principali.
In Spagna, il piano “Spain, Audiovisual Hub of Europe” ha investito oltre 1,6 miliardi di euro in incentivi fiscali stabili, sostegno alle produzioni medio-piccole e politiche nazionali e regionali che guardano non solo al profitto immediato ma al radicamento culturale.
In Italia, il tax credit è stato adottato come strumento incentivante ma con regole cambiate troppe volte nel corso del tempo: criteri sempre più stringenti per i piccoli, procedure lente, incertezze sui fondi. Le tutele per i periodi senza produzioni non esistono in modo strutturato come in Francia.
Se non cambiamo:
- perderemo una generazione di autori, sceneggiatori e registi;
- il cinema diventerà sempre più “di nicchia” per chi se lo può permettere o dominato da commedie e star system;
- fare film sarà un’impresa alla portata esclusivamente di chi ha sponsor o grandi contatti
Conclusione
Tanti professionisti dello spettacolo stanno lavorando a prezzi molto più bassi della media. Questa situazione è malsana e crea un circolo vizioso che rischia di sclerotizzare il mercato.
I grandi produttori ormai producono film non perché hanno in mano una storia che ritengono valida, ma perchè sono bloccati in un meccanismo perverso per il quale se non produci immediatamente un nuovo film non recuperi i soldi spesi.
Ciò provoca l’uscita di prodotti sempre simili a se stessi: i soliti film con i soliti volti che mettono in scena la solita storia. Non c’è più l’esigenza di raccontare qualcosa di nuovo e di sentito, e chi ce l’ha è troppo fuori dal circuito e non viene distribuito, ma spesso non viene nemmeno prodotto.
Io lo dico con rabbia ma anche con convinzione: siamo al limite.
Se non cambia qualcosa subito, il cinema italiano non sopravviverà come lo conosciamo. Non sarà più un organismo vivo, ma una memoria che racconta di sé stessa.
Alle istituzioni chiedo urgenza.
Al pubblico chiedo ascolto: ogni film che non parte è un pezzo di futuro che si spegne.
Se non investiamo ora nel viaggio che va dall’idea alla sala, perderemo una generazione.
Non è uno slogan, è la realtà che vivo ogni giorno. Il sipario sta per chiudersi. E stavolta, se scende, non ci sarà applauso finale.
Solo silenzio.










