Come parlare di No Other Choice senza considerare il peso schiacciante delle aspettative per un’opera che arriva dopo un capolavoro irripetibile come Decision to Leave?
È stato probabilmente questo lo stato d’animo con cui un regista sempre attento alla forma qual è Park Chan-wook si è approcciato al suo nuovo film, il quale si è rifugiato per questo thriller comico dalle forti venature grottesche su un romanzo (The Ax di Donald E. Westlake ) già edito, ma sopratutto già oggetto di un rifacimento – da parte nientemeno che di un maestro del cinema politico quale è stato Costa-Gavras.
E quindi, meglio anticiparlo per evitare fraintendimenti, se il tono con cui si parla di No Other Choice – qui ma non solo, anche in altri contesti – è meno che entusiastico, lo si deve attribuire a questo motivo, ovvero quello della forte eredità che si porta dietro.
No Other Choice: la trama
Ma di cosa parla No Other Choice, presentato in concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2025 (da cui è uscito a bocca asciutta)? Il protagonista Yoo Man-su, il Lee Byung-hun di Squid Game, è un manager senior in un’azienda cartaria in cui ha lavorato per 25 anni e che è stata acquisita dagli americani. Man-su, tradizionale padre di famiglia sudcoreano, viene licenziato insieme a molti colleghi, subendo un tracollo che non è soltanto economico, ma anche emotivo, psicologico ed identitario.
Disperato per la delusione che pensa di infliggere alla famiglia e sopratutto alla moglie, Man-su dopo mesi di nulla formula il piano perfetto per rimettersi in carreggiata: scovare i propri diretti concorrenti per l’unico posto libero perfetto per lui ed eliminarli, uno ad uno. L’uomo però è tutt’altro che un killer nato e i suoi tentati omicidi diventano sempre più surreali e grotteschi.
No Other Choice: un thriller slapstick amarissimo
Insomma, il film si presenta fin da subito come una satira sociale al vetriolo che sfocia nel thriller, ma sempre permeato da un tono sopra le righe da commedia nera, sorretta da un fortissimo senso per la comicità slapstick e toni drammatici inattesi, ottimamente messi su schermo da attori che capiscono quando esagerare e quando andare in sottrazione.
Tornando a essere “oggettivi”, qualunque cosa si intenda con questo termine in ambito artistico, il nuovo film dell’autore sudcoreano più in voga del momento è un’altra vorticosa prova di forza da parte di un maestro che ormai padroneggia a occhi chiusi la macchina cinema: a livello biecamente estetico e stilistico, infatti, non c’è probabilmente sequenza che non possa vantare una forte di idea di regia, che si tratti di illuminazione, posizionamento e movimento della macchina da presa, raccordo di montaggio, utilizzo della musica e dinamica dei volumi del suono. Com’era facilmente immaginabile, si tratta della solita festa per gli occhi e le orecchie cui ci ha abituato l’autore di capolavori come Old Boy, solo per citarne uno.
Questa densità sia tematica che estetica rappresenta però un limite strutturale del film, almeno nella prima parte, quella più introduttiva. Il film infatti è davvero sovraccarico e il regista, dovendo mettere sul piatto vari elementi che poi deflagreranno in una seconda fase devastante, affatica l’attenzione dello spettatore, che potrebbe sentirsi sovrastato dal profluvio di informazioni visive e dialogiche. Come sempre Park Chan-wook carica ogni inquadratura di uno o più significati e almeno all’inizio ci si perde dinanzi a tanti dettagli così sapientemente disposti. Quando però ingrana – diciamo a partire dalla formazione del piano – non ce n’è davvero per nessuno.
A livello tematico, invece, non si può non riconoscere quanto No Other Choice cerchi con ogni modo di elevarsi dalla bieca e banalotta deprecazione dei tempi moderni. Tra i tanti elementi disposti ci sono per esempio l’identificazione degli uomini – ovvero i maschi di mezza età – con il proprio lavoro, funzione sociale che ne sorregge la stabilità psicoemotiva; ma anche il terribile imperativo categorico imposto dall’economia di mercato capitalista, quel “non c’è scelta” pronunciato da diversi personaggi per giustificare piccole e grandi nefandezze, in una sorta di conferma del “non c’è alternativa” di thatcheriana memoria; e poi ancora il senso di comunione, vicinanza e solidarietà che Man-su prova per i propri rivali, un barlume di coscienza di classe che viene però estirpato dalla folle convinzione di non essere abbastanza senza il proprio lavoro; fino ad arrivare a un finale amaro e beffardo, in cui l’automazione la fa da padrona evidenziando la futilità delle azioni del nostro anti-eroe.
Un anti-eroe cui, va detto, non difetta l’umanità e infatti tutte le sottotrame incentrate sulla sua famiglia rivelano un ritratto molto più sfaccettato, a partire dal grande e sentito gioco di squadra con la moglie, passando per il rapporto altalentante con il figlio adottivo – simbolo di una generazione che non vuole minimamente sottoporsi a questo gioco al massacro – per terminare con la figlia prodigio musicale, versante impostato sulla commedia surreale. Altro “personaggio” è, ancora una volta nel cinema sudcoreano, la casa ipermoderna e molto amata, la cui architettura e le cui caratteristiche forniscono dinamiche narrative e caratterizzano i personaggi e che è spesso oggetto delle sperimentazioni fotografiche più ardite del film (opera del dop Kim Woo-hyung).
In conclusione No Other Choice, seppure non privo di difetti – quasi tutti generosi: una densità elevata non supportata da altrettanta chiarezza, che inducono alla percezione paradossale di una certa fretta – è un altro grande contributo a quell’analisi dell’umano che Park Chan-wook sta portando avanti sin dai primi passi della sua incommensurabile carriera. E che quindi merita di essere visto e celebrato su grande schermo.








